09/07/2007
No alla violenza sulle donne.
Questo manifesto non è recente ma lo trovo uno dei più ben fatti contro il dilagante problema della violenza contro le donne, che come tutti sappiamo per più del 70% avviene tra le mura "domestiche" e che spesso non viene denunciato.

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05/07/2007
El segundo amor de mi vida!



Il mio secondo amore.
Una miciona certosina di nome Princesa, come si vede fino da piccola coltivava "buone amicizie"!
"Chi non ama i gatti, probabilmente nella vita precedente era un topo"
Anonimo
"I gatti dimostrano una assoluta onestà emotiva. Gli umani nascondono i sentimenti. I gatti no.
Ernest Hemingway
16:30 Scritto da: robert-paulson in blog life | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: gatto, certosino, micia | OKNOtizie |
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8 per 1000 e Chiesa Cattolica.
NON DARE L'8 x 1000 ALLA CHIESA CATTOLICA
LO USEREBBE CONTRO DI TE (liberamente tratto dal sito "Fisicamente")
Il potere della Chiesa cattolica in Italia e la sua capacità d'interdizione di ogni avanzamento politico e sociale del Paese è fondato, oltre che sull'ignoranza dei problemi da parte della maggioranza dei cittadini, soprattutto sull'enorme mole di denaro che lo Stato italiano le destina. Lungi dal pensare ad opere di bene o ad altre fantasie del genere, la Chiesa spende questi soldi per mantenere se stessa a livelli regali e per lanciare campagne contro i diritti civili dei cittadini italiani. La legge che destina l'8 x 1000 alla Chiesa puntava alle origini sulla volontarietà dell'atto di finanziare la propria religione. Ma subito si è organizzata la truffa a danno dei cittadini ad opera principalmente dei parlamentari cattolici, con l'assordante silenzio degli altri. Secondo la legge, "le destinazioni di cui al comma precedente vengono stabilite sulla base delle scelte espresse dai contribuenti in sede di dichiarazione annuale dei redditi. IN CASO DI SCELTE NON ESPRESSE DA PARTE DEI CONTRIBUENTI, LA DESTINAZIONE SI STABILISCE IN PROPORZIONE ALLE SCELTE ESPRESSE".
La truffa sta nella parte scritta in stampatello perché in essa si dice che anche chi non sceglie a chi destinare l'8 x 1000, lo deve comunque dare. Come si stabilisce la proporzionalità ? Seconda truffa: non andando a vedere ogni dichiarazione dei redditi ma facendo un'indagine campione. Mentre attendiamo che qualche parlamentare si faccia carico di portare avanti l'abrogazione quantomeno dell'indegna parte della legge scritta in stampatello, è oggi nostro fondamentale imperativo NON FIRMARE PER DESTINARE L'8 x 1000 ALLA CHIESA CATTOLICA. Vi è un ulteriore elemento che permette una indegna discriminazione: non tutte le religioni sono ammesse alla ripartizione dei denari. E' naturalmente la Chiesa cattolica con i suoi parlamentari che blocca ogni altra ammissione perché se vi fosse calerebbero i soldi ad essa destinati. In particolare tutti i fedeli di altre religioni sono fuori con il paradosso che tali credenti non firmano per nessuna religione ma di fatto, per il meccanismo visto prima, destinano i loro soldi per circa il 90% alla Chiesa cattolica. E questo vale anche per atei ed agnostici che non firmando devono destinare loro denari a quell'organizzazione di satrapi reazionari. E non vale obiettare che i soldi si possono destinare allo Stato. Da quando si è saputo che con quei soldi ad esempio il Governo Berlusconi ci ha finanziato il nostro contingente militare in Iraq, quella firma allo Stato non è più possibile a meno che venga cambiata radicalmente la legge con una destinazione dei soldi ESCLUSIVAMENTE ad opere umanitarie (ad esempio: servizio civile). E' un grave problema che dovrebbe essere risolto da un Parlamento oggi al servizio del Vaticano. Riporto di seguito una completa documentazione sullo scandalo dell'8 x 1000, gigantesco furto della Chiesa Cattolica a tutti gli italiani. ***
COSA SIGNIFICA “OTTO PER MILLE”?
Con il Concordato del 1929 lo stato italiano si impegnò a pagare direttamente lo stipendio al clero cattolico, con il meccanismo della congrua. Ritenendolo datato, nell’ambito delle trattative per il “nuovo” Concordato si decise un nuovo meccanismo di finanziamento alla Chiesa cattolica, solo in apparenza più democratico e trasparente in quanto allargato alle altre religioni: lo stato decideva di devolvere l’8 per mille dell’intero gettito IRPEF alla Chiesa cattolica (per scopi religiosi o caritativi) o ad alcune altre confessioni o allo stato stesso (per scopi sociali o assistenziali), in base alle opzioni espresse dai contribuenti sulla dichiarazione dei redditi.IL TESTO DELLA LEGGE
L’otto per mille è normato dalla legge 222/85.COME FUNZIONA IL MECCANISMO?
Ogni cittadino che presenta la dichiarazione dei redditi può scegliere la destinazione dell’8 per mille del gettito IRPEF tra sette opzioni: Stato, Chiesa cattolica, Unione Chiese cristiane avventiste del 7° giorno, Assemblee di Dio in Italia, Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi, Chiesa Evangelica Luterana in Italia, Unione Comunità Ebraiche Italiane. In realtà nessuno destina il proprio gettito: il meccanismo assomiglia di più ad un gigantesco sondaggio d’opinione, al termine del quale si “contano” le scelte, si calcolano le percentuali ottenute da ogni soggetto e, in base a queste percentuali, vengono poi ripartiti i fondi. Come se non bastasse, la mancata formulazione di un’opzione non viene presa in considerazione: l’intero gettito viene ripartito in base alle sole scelte espresse. Alcune confessioni, più coerentemente, lasciano allo Stato le quote non attribuite, limitandosi a prelevare solo quelli relativi ad opzioni esplicite a loro favore: cosa che NON fa la chiesa cattolica, ottenendo un finanziamento quasi triplo rispetto ai consensi espliciti ottenuti a suo favore. ECCO PERCHÉ È IMPORTANTE COMPILARE QUESTA SEZIONE DELLA DICHIARAZIONE DEI REDDITI. Qualora il contribuente non sia tenuto alla presentazione della dichiarazione, può comunque effettuare ugualmente la scelta della destinazione dell’8 per mille consegnando il CUD in una busta chiusa agli enti preposti alla raccolta (poste, banche etc…).LA DISTRIBUZIONE DEL GETTITO
Il Ministero delle Finanze, già restio a fornire statistiche in merito (comunica i dati alle sole confessioni religiose, che ne danno notizia con estrema riluttanza), è peraltro estremamente lento nel diffondere i dati. Le ultime comunicazioni ufficiali e definitive si riferiscono incredibilmente alle dichiarazioni dei redditi del 2001 (redditi 2000). Questa la distribuzione:| 87,25% | Chiesa Cattolica |
| 10,28% | Stato |
| 1,27% | Valdesi |
| 0,42% | Comunità Ebraiche |
| 0,31% | Luterani |
| 0,27% | Avventisti del settimo giorno |
| 0,20% | Assemblee di Dio in Italia |
COME VENGONO SPESI QUESTI SOLDI?
- CHIESA CATTOLICA
Nato come meccanismo per garantire il sostentamento del clero, tale voce è diventata, percentualmente, sempre meno rilevante (il 34,1% del totale). Parrebbe infatti che la Chiesa cattolica prediliga destinare i fondi ricevuti dallo Stato alle cosiddette “esigenze di culto” (47,2%): finanziamenti alla catechesi, ai tribunali ecclesiastici, e alla costruzione di nuove chiese, manutenzione dei propri immobili e gestione del proprio patrimonio. Ovvio che non vedremo mai alcuno spot su queste tematiche: ai tanto strombazzati aiuti al terzo mondo, cui è dedicata quasi tutta la pubblicità cattolica, va guarda caso solo l’8% del gettito. Maggiori informazioni sono disponibili sul sito www.sovvenire.it. - STATO
Lo Stato è l’unico competitore per l’otto per mille che rifiuta di farsi pubblicità. Il Governo dedica alla gestione dei fondi di pertinenza statale una sezione del suo sito internet. - CHIESA VALDESE
Rifiuta di destinare i fondi ottenuti alle esigenze di culto e al sostentamento del clero. Per maggiori informazioni vai su www.chiesavaldese.org. - LUTERANI
Una parte dei fondi viene utilizzata per il sostentamento dei pastori. Per maggiori informazioni vai su www.elki-celi.org. - COMUNITÀ EBRAICHE
I fondi sono utilizzati per «…solidarietà sociale, attività culturali, restauro patrimonio storico, sostegno ad attività giovanili, strutture ospedaliere per la cittadinanza, cultura della memoria, lotta a razzismo e pregiudizio». Per maggiori informazioni vai su www.ucei.it. - CHIESE AVVENTISTE
Rifiuta anch’esse di destinare i fondi ottenuti alle esigenze di culto e al sostentamento del clero. Per maggiori informazioni vai su www.avventisti.it. - ASSEMBLEE DI DIO
I fondi sono destinati esclusivamente alle missioni e alla beneficienza. Per maggiori informazioni vai su www.adi-it.org.
PERCHÉ ABROGARE IL MECCANISMO?
- perché il meccanismo doveva essere basato sulla volontarietà, ma la ripartizione delle scelte inespresse vìola, di fatto, questo principio;
- perché è un finanziamento a fondo perso a favore di confessioni religiose che si dovrebbero autofinanziare. Soprattutto nel caso della Chiesa cattolica, gran parte di questi contributi non ha alcuna utilità sociale;
- perché è una partita truccata: a differenza delle confessioni religiose, lo Stato italiano non fa alcuna pubblicità per sé e non informa su come destina questi fondi. Quando nel 1996 il ministro Livia Turco propose di destinare i fondi di competenza statale all’infanzia svantaggiata, il “cassiere” della Conferenza Episcopale Italiana Nicora reagì duramente, sostenendo che «lo Stato non deve fare concorrenza scorretta nei confronti della Chiesa»;
- perché è una partita a cui non tutti possono giocare: sono ammesse solo le confessioni sottoscrittrici di un’Intesa con lo Stato. Ecco perché la Chiesa, attraverso i parlamentari cattolici, blocca l’accordo (già sottoscritto) con i Testimoni di Geova e impedisce l’avvio di trattative con gli islamici: i fedeli di queste religioni, ben disciplinati, grazie al meccanismo delle scelte inespresse porterebbero alle loro gerarchie una contribuzione ben superiore alla loro percentuale reale, con un danno valutabile in centinaia di milioni di Euro per la Chiesa cattolica.
- perché è un meccanismo non chiaro, che trae in inganno non solo il semplice cittadino ma anche la persona colta. Un giornalista Rai ha dovuto addirittura scusarsi in diretta per la sua non conoscenza del meccanismo;
- perché lo Stato, erogando questi finanziamenti, è costretto a cercarsi altre entrate con nuove forme di tassazione della popolazione.
ALTRI CONTRIBUTI STATALI ALLA RELIGIONE CATTOLICA
- sempre con la dichiarazione dei redditi, è possibile dedurre dal proprio reddito versamenti alle chiese fino all’ammontare di due milioni di vecchie lire, intorno ai mille Euro; in proposito, rileviamo come il numero di offerte per il sostentamento dei sacerdoti sia calato, negli ultimi nove anni, del 14%, con conseguenti minori entrate del 18%;
- pagamento pensioni al clero: un fondo speciale dal disavanzo perennemente in rosso. Fortunatamente, con la Finanziaria 2000 si è intervenuti almeno su questi, innalzando a 68 anni l’età pensionabile e aumentando i contributi a carico dei sacerdoti;
- esenzione fiscale totale, comprese imposte su successioni e donazioni, per le parrocchie e gli enti ecclesiastici;
- pagamenti degli stipendi agli insegnanti di religione, nominati dai vescovi: incidono per più di 1.000 miliardi (delle vecchie lire) sul bilancio statale;
- finanziamenti alle scuole cattoliche;
- in varie regioni, parte degli oneri di urbanizzazione a disposizione dei comuni deve essere destinata agli «edifici di culto».
Non solo. Recentemente sono state stipulate intese ad hoc tra diverse Giunte e Conferenze episcopali regionali che hanno riguardato anche i beni culturali ed ecclesiastici, il turismo religioso e la retribuzione del personale ecclesiastico presente negli ospedali. - contributi agli oratorî: concessi da diverse regioni, nel maggio 2001 sono stati presentati due disegni di legge (identici) da parte di alcuni parlamentari dell’UDC. Nel luglio 2003 tali testi, dopo alcune modifiche, sono diventati legge. Contro il provvedimento si sono espressi ben pochi parlamentari: tra i contrari Tiziana Valpiana, la cui dichiarazione di voto contrario alla Camera dei deputati contiene importanti dichiarazioni sulla necessità di una effettiva parità tra credenti e non credenti.
Forse non tutti sanno che...
Il finanziamento alla Chiesa Cattolica, deciso con la revisione concordataria del 1984, con l'inghippo dell'otto per mille sottoscritto da Craxi per acquisire benemerenze presso il Vaticano, è, nella formulazione italiana, null'altro che una truffa in quanto la percentuale dei contribuenti che firmano l'otto per mille a favore della Chiesa cattolica è di circa il 45%, che poi in sede di liquidazione dell'importo calcolato diventa quasi il 90%.
In altri paesi con forte presenza cattolica le cose sono regolate in modo più giusto e trasparente. In Germania ad esempio il credente versa volontariamente alla sua chiesa un 9 per cento dell'imposta sul reddito pagato, chi non vuole semplicemente non paga; in Spagna il contribuente può dichiarare che lo 0,5 per cento del gettito fiscale possa essere destinato alla Chiesa o allo Stato, in assenza di scelta la cifra è destinata ad altri fini. In Italia invece la Chiesa Cattolica, mai sazia di privilegi, è riuscita a mettere a punto e far approvare un meccanismo perverso che le consente di incamerare quasi totalmente il cosiddetto otto per mille dell'IRPEF, qualunque sia la scelta o la non scelta degli italiani. La relativa legge che consente la truffa può essere quindi considerata più rispondente a reciproci interessi politico-economici che a una precisa definizione della volontà dei cittadini.
Il nuovo sistema di finanziamento dell'organizzazione ecclesiastica è oggi regolato dalla legge 222 del 20.05.1985, e recepisce gli accordi raggiunti il 15.11.1984 da Mons. Attilio Nicora e dal prof. Francesco Margiotta Broglio. Al secondo titolo del punto 3 del Protocollo Addizionale Beni ecclesiastici e sostentamento del clero", viene superato il precedente sistema della congrua sia nella forma dell'erogazione sia nella gestione dei fondi. L'articolo 21 infatti prevede la creazione di un " Istituto per il sostentamento del clero" alle dipendenze del vescovo di ogni diocesi, e di un " Istituto Centrale" alle dipendenze della CEI, dove far confluire l'enorme tributo dell'otto per mille e i versamenti fino a due milioni detraibili dalla denuncia dei redditi. L'articolo 46, che prevede appunto questa forma di erogazione, chiamata "obolo" perché elargisce un contributo personale, grava comunque sulle pubbliche finanze sotto forma di minori introiti di imposta. C'è da aggiungere che gli esperti finanziari pensavano che da queste libere offerte venisse la parte più rilevante del finanziamento della chiesa, ma così non è stato. Il loro gettito è stato di circa 45 miliardi l'anno, ed è attualmente in diminuzione. Questo smacco dimostra in maniera clamorosa che il nuovo finanziamento in nessun modo si può chiamare "Autofinanziamento".
L'entità dell'otto per mille dell'IRPEF è attualmente di circa mille miliardi ma, per effetto dell'inflazione, è ovvio che il suo aumento farà sempre lievitare la percentuale da attribuire alla Chiesa Cattolica.
Questo versamento effettuato da TUTTI i cittadini può essere suddiviso mediante una scelta espressa fra lo Stato, la Chiesa Cattolica e le altre piccole confessioni religiose che hanno accettato di partecipare alla spartizione (i Testimoni di Geova, i più pericolosi concorrenti del Vaticano, sono da dieci anni in attesa di essere inseriti, ma inutilmente).
Ma il meccanismo perverso che favorisce la Chiesa Cattolica è la quota dell'otto per mille di quei cittadini che, intendendo sottrarsi a tale invito, non firmano nessuna preferenza e di quei cittadini che, riconoscendosi in un'etica laica, scelgono lo Stato Italiano e loro malgrado sono quasi totalmente aggiunti alla quota riservata alla Chiesa Cattolica, in virtù di uno stratagemma ideato per aggirare l'ostacolo dei non credenti e mantenere il più alto possibile l'introito per la Chiesa Cattolica.
Lo stesso comma 3 si conclude così: ...in caso di scelta non espressa da parte dei contribuenti la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse. Quale che sia, cioè, la percentuale delle scelte espresse, anche la quota su cui non è stata effettuata nessuna scelta viene distribuita alla Chiesa Cattolica o allo Stato, in percentuale alle scelte a loro favore. Solo fra loro, perché le altre confessioni dignitosamente non hanno accettato di partecipare a questa ulteriore spartizione.
Un esempio concreto: se su 100 cittadini 90 non si esprimono (per disinteresse o per tacita delega allo Stato), e solo 8 firmano per la Chiesa Cattolica, l'80 per cento della quota IRPEF stabilita andrà alla Chiesa Cattolica. Ecco come in Italia una evidente minoranza può diventare la quasi totalità degli italiani che finanzieranno, loro malgrado, un'associazione religiosa. Anche le somme accumulate per la scelta a favore dello Stato sono convogliate ad opere assistenziali, in Italia quasi interamente in mano alla Chiesa Cattolica. In tal modo non viene assolutamente rispettata la volontà di chi, non scegliendo o scegliendo lo Stato, ha inteso sottrarsi all'obbligo di partecipare a questa specie di referendum che, fra l'altro, viola il diritto di riservatezza. Non solo viene limitata la libertà di scegliere o non scegliere, ma è evidente l'intrusione nel segreto delle coscienze. Questa situazione si aggrava ulteriormente da quando la legge consente ai lavoratori dipendenti di affidare al datore di lavoro la redazione della proprio denuncia dei redditi, per possibili rischi di rappresaglie sul posto di lavoro.
Un'altra cosa non corretta è il sistema di conteggio delle scelte effettive dei contribuenti la cui percentuale non viene attribuita contando la reale destinazione della scelta espressa, ma con un sorteggio a campione che molti ritengono addirittura illegale.
Quanto all'entità delle somme erogate alla CEI sulla base di tale forma di finanziamento, è previsto un complesso sistema di transizione che stabilisce anticipi e conguagli annuali e di triennio in triennio. Gli acconti versati dallo Stato alla CEI con il nuovo sistema dell'otto per mille sono di circa 700 miliardi l'anno, salvo poi conguagli e ulteriori anticipi che nel 1996 hanno raggiunto la ragguardevole cifra di 1500 miliardi più 800 miliardi, sempre a conguaglio, che la magnanimità dei vescovi ha accettato fossero rateizzati. Dopo l'erogazione di quest'enorme cifra, che dalle disastrate casse della Repubblica Italiana è passata a rimpinzare quelle del Vaticano, il Card.Ruini ha avuto modo di dichiararsi soddisfatto e durante una recente assemblea della CEI ha indicato anche come saranno ripartiti i 1500 miliardi appena ricevuti:
- 565 miliardi per mantenere e assicurare gli stipendi ai 40.000 preti italiani;
- 10 miliardi per un fondo domestiche, vista la quasi scomparsa delle perpetue;
- 390 miliardi alle diocesi per l'edilizia, per i monasteri di clausura, per le facoltà di teologia e altri enti del genere;
- 190 miliardi al restauro dei beni culturali ecclesiastici e a iniziative nel campo delle catechesi;
- 10 miliardi a un fondo per la cultura;
- 30 miliardi per case canoniche delle parrocchie del sud;
- 280 miliardi alle spese di carità, ma di questi 140 saranno dirottati per opere (?) nel terzo mondo.
Come è a tutti evidente solo una minima parte dell'otto per mille va in opere di carità, che oltretutto non sono verificabili da nessuno, come conferma l'art.44 del titolo 2 sempre del Protocollo Addizionale: si stabilisce che la CEI trasmetta annualmente all'Autorità Statale un rendiconto relativo all'effettiva utilizzazione delle somme ricevute a vario titolo direttamente dai cittadini o dallo Stato". Su tali rendiconti, però, non sono previsti né controlli né verifiche. Prima lo Stato stipendiava direttamente i preti, ora, con la nuova intesa, il finanziamento va direttamente ai vescovi, aumentando notevolmente l'autorità nei loro confronti.
Di diversa natura sono i contributi che vanno a sostenere opere e associazioni cattoliche nel contesto del finanziamento di attività sociali, assistenziali, scolastiche, editoriali di vario genere: sono finanziamenti in gran parte assicurati dalle Regioni, dai Comuni e ancora dallo Stato.
La verità è che tra una cosa e l'altra lo Stato Italiano sta concentrando un'enorme quantità di denaro nelle casse di uno stato straniero non democratico e non controllabile. C'è da osservare infine che nella pubblicità svolta attraverso radio, televisioni pubbliche e private, giornali, opuscoli e perfino le comunicazioni bancarie ai clienti e con l'aiuto massiccio delle aziende a partecipazione statale come la SIP prima, la Telecom adesso, la CEI afferma di non ricevere più contributi diretti dallo Stato, in seguito ad una scelta di libertà e di povertà evangelica. Niente di più falso. La legge parla esplicitamente di somme ricevute "direttamente" dallo Stato, come del resto i fatti confermano. Il regime di privilegio si evidenzia anche perché a fare propaganda è sostanzialmente solo la gerarchia cattolica, lo Stato non entra praticamente in competizione e le altre confessioni non hanno la forza per garantirsi una vera campagna di spot.
La Chiesa con i suoi enormi patrimoni ha da tempo capito che la forza del cristianesimo sta nel potere che si mantiene con il possesso e il continuo accumulo di ricchezze, catturando e azzannando i beni della terra. Attilio Nicora detto "Monsignor otto per mille" e ora vescovo di Verona è un esempio attuale della febbrile penetrazione della Chiesa nel mondo della finanza. A lui, per aver ideato la truffa dell'otto per mille, il Vaticano sta riservando una luminosa carriera (prossimo arcivescovo di Milano?); intanto a Verona, attraverso l'opera sua, è sorto un grosso Pool di Banche cattoliche, una sorta di IOR, che per importanza è il terzo polo in Italia. Il Pool unisce infatti la Cariverona, l'Unicredito a cui fanno capo la Cassamarca di Treviso, la Cassa di Risparmio di Trieste, la Cassa di Risparmio di Gorizia, quella di Udine e Pordenone, la Banca di Trento e Bolzano (già della Curia Trentina). E' in patto con l'Ambro-Veneto e con la Cassa di Risparmio di Torino e Genova, ed ha comprato quote della Popolare di Verona (la Popolare con quei soldi ha pagato il Banco dei Santi che ora fa parte della Popolare, il cui presidente, come i suoi dirigenti, è sempre dell'Opus Dei).
Alla Chiesa adesso non interessano più i partiti di riferimento: il gregge è ormai politicamente disperso. Alla Santa Chiesa interessano ora più che altro le BANCHE. Il grande polo bancario padano dovrebbe essere di 43 mila miliardi di raccolta, 26 mila miliardi di impieghi, 7 mila miliardi di patrimonio con 800 sportelli. Tutto sotto l'egida della Chiesa Cattolica e la protezione dello Spirito Santo.
E' sotto gli occhi di tutti l'immagine di un cristianesimo aziendale, di possesso e di rapina, visto che i loro immensi patrimoni immobiliari e le loro ricchezze in genere non pagano una lira di tasse. La degenerazione capitalista tanto denunciata da Wojtyla e poi dal suo successore è solo ipocrisia.
10:15 Scritto da: robert-paulson in politica italiana | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | Tag: chiesa cattolica, 8x1000, tasse | OKNOtizie |
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Riflessioni.
“13 spunti per la vita”
di Gabriel Garcia Marquez
1. Ti amo per chi sei e per chi sono io quando sono con te.
2. Nessuna persona merita le tue lacrime, e chi le merita sicuramente non ti farà piangere.
3. Il fatto che una persona non ti ami come tu vorresti non vuol dire che non ti ami con tutta se stessa.
4. Un vero amico è chi ti prende per la mano e ti tocca il cuore.
5. Il peggior modo di sentire la mancanza di qualcuno è esserci seduto accanto e sapere che non l’avrai mai.
6. Non smettere mai di sorridere, nemmeno quando sei triste, perchè non sai chi potrebbe innamorarsi del tuo sorriso.
7. Forse per il mondo sei solo una persona, ma per qualche persona sei tutto il mondo.
8. Non passare il tempo con qualcuno che non sia disposto a passarlo con te.
9. Forse Dio vuole che tu conosca molte persone sbagliate prima di conoscere la persona giusta, in modo che, quando finalmente la conoscerai, tu sappia essere grato.
10. Non piangere perchè qualcosa finisce, sorridi perchè è accaduta.
11. Ci sarà sempre chi ti critica, l’unica cosa da fare è continuare ad avere fiducia, stando attento a chi darai fiducia due volte.
12. Cambia in una persona migliore e assicurati di sapere bene chi sei prima di conoscere qualcun’altro e aspettarti che questa persona sappia chi sei.
13. Non sforzarti tanto, le cose migliori accadono quando meno te le aspetti.
Gabriel Garcia Marquez (Gabo) Premio Nobel per la Letteratura 1982
08:30 Scritto da: robert-paulson in recensioni e letteratura | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: gabriel garcia marquez, nobel, letteratura, america latina | OKNOtizie |
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04/07/2007
El Che vive!

21:55 Scritto da: robert-paulson in storia severa maestra | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: che, revolution | OKNOtizie |
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Sequenza Sbagliata

Sono qui in una tiepida notte d’estate con il cuore ed il cervello sommersi da una coltre di sabbia, ogni granello pesa un nulla, ma sommati uno ad uno sono come un macigno. Perché la maggior parte di chi mi circonda ha sostituito il suo cuore con un Bancomat.
Il mondo corre, corre verso dove? nessuno lo sa, un folle gran premio senza traguardo, senza punti, riferimenti, l’unica cosa che conta è il proprio negozio, il proprio campo, circondati da filo spinato per non permettere a nessuno di entrare, la propria bottega di interessi e degli altri chi se ne fotte.
Ma dove sono capitato? Sono nato per morire ma il viaggio è lungo, anche se durasse ancora tre ore. Tre ore che vorrei dedicare a chi ha meno di me, a chi è disperato, tre ore per amare i miei simili, anche se magari parlano un’altra lingua e hanno la pelle di un colore diverso.
Mi guardo intorno e vedo solo ombre, ombre oscure che mi scrutano e non colgono la luce che proviene dal mio sangue, che scorre veloce nelle mie vene. Tra le ombre ogni tanto appare il brillare di una piccola fiamma, tenue ma non fatua. D’un tratto le piccole luci aumentano, piano piano si uniscono fondendosi in un caldo fuoco. Di colpo un’esplosione di luce violenta, le palpebre si schiudono, la vista ritorna, vedo oltre, oltre al filo spinato, al di là dell’io verso il noi; una vastità immensa, popolata di donne e uomini, gente, popoli con il cuore che batte, che vive, che lotta.
Mi sveglio da questo sogno reale, con gli occhi sbarrati, dentro di me sento un desiderio profondo, inarrestabile: il sistema deve cambiare, la sequenza è sbagliata: io, il mio interesse, il mio piccolo circondario, il mio lavoro, il mio portafoglio non contano più un cazzo.
Agli antipodi un bambino piange, hanno ucciso suo padre, violentato la sua mamma. E’ questo che vogliamo? E’ questo che conosciamo, tutti, e facciamo finta di negare a noi stessi. No, non si può vivere così, la sequenza è sbagliata, queste non sono vite. Se ci fosse un dio, non potrebbe permettere tutto ciò, con la sua lama di fuoco distruggerebbe questo minuscolo mondo di odio e di odio, incrociati. Considerazioni scontate, considerazioni vuote. Domani è un nuovo giorno e ricomincerò a lottare per la vita, la giustizia e l’illusione di un futuro migliore. So già che perderò ancora una volta, ancora una volta gusterò l’amaro della sconfitta, almeno però potrò dire di averci provato!
12:30 Scritto da: robert-paulson in blog life | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: riflessioni, un mondo migliore, giustizia, interesse | OKNOtizie |
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Ernesto Che Guevara un uomo del nostro tempo
Il 9 ottobre 2007 ricorrerà il 40
° anniversario della morte di Ernesto Che Guevara.
Nel ricordare questo grande uomo vorrei citare due cose da lui stesso pronunciate, la prima è una breve sintesi autobiografica che egli annotò sul suo diario negli ultimi mesi della sua vita: “Sono nato in Argentina, sono diventato medico per alleviare le sofferenze dei malati e dei più deboli, ho combattuto a Cuba, sono diventato un rivoluzionario in Guatemala”. Queste parole pronunciate e scritte poco prima di morire costituiscono ciò che egli stesso amava definire la sua sintesi autobiografica e racchiudono il significato della sua vita breve ma intensa. La seconda riguarda la sua sfera personale: “Per me il mio soprannome Che è il fatto più importante, più caro di tutta la mia stessa vita. Come potrebbe non piacermi? Tutto ciò che lo precede, il nome, il cognome, sono cose piccole, personali, insignificanti…. Al contrario mi piace moltissimo che mi chiamino El Che.”
Jean Paul Sastre nel definirlo l’uomo più completo del suo tempo intendeva dichiarare che il Che visse intensamente le sue teorie, diventò rivoluzionario consapevole che la maggior parte degli uomini è oppresso, al punto che la sua storia, la sua vita raccontano le stesse cose.
Su quest’uomo straordinario sono state scritte migliaia di pagine, a volte appassionate, a volte critiche: in ogni caso Che Guevara emerge prepotentemente come una figura di spicco nella storia del secolo scorso, una figura che anche oggi è più che mai un punto di riferimento in particolare per tutti i paesi del cosiddetto Sud mondo oppressi da dittature, dove non esiste la libertà di esprimere le proprie idee, dove regnano ricatti e sfruttamenti economici, che causano sofferenza e disperazione, fame, violenza per sopravvivere. Egli però è anche un punto di riferimento per chiunque creda nella libertà dei popoli e dell’uomo da ogni sorta di sopruso come massimo valore da difendere.
Per i popoli latino-americani in particolare oppressi dal neocolonialismo dilagante della nazione più ricca e potente del mondo gli Stati Uniti del Nord America che come un cancro si sta diffondendo in tutto il mondo imponendo il proprio imperialismo anti-sociale ed egemone, specie soggiogando con governi fantocci manovrati direttamente dalla CIA intere nazioni, causando nella gente di quelle regioni sofferenza, sfruttamento, disperazione e assenza dei diritti più basilari dell’uomo.
Interi Stati e regioni sono in crisi economiche e sociali insuperabili che causano sofferenza fame e disperazione, in quei luoghi il Che viene considerato un eroe mitico, un esempio da seguire un “libertador” esportatore di dignità, libertà, valori sociali. In un anelito di libertà e una speranza per il futuro.
Per altri invece che stanno dalla parte di chi governa con l’abuso di potere, lo sfruttamento, la menzogna, Che Guevara non fu che un volgare guerrigliero, una specie di terrorista ante-litteram e le sue idee che ancora oggi simboleggiano l’antimperialismo più sincero, vengono considerate pericolose per il mantenimento dell’equilibrio tra sfuttati e sfruttatori. Dai potenti yankee fu considerato più pericoloso di Fidel Castro che concentrò la sua opera solo a Cuba poichè il Che era un esportaore di idee rivoluzionare e anti-americane.
E invece a quasi 40 anni dalla sua morte il mito del Che si è diffuso in tutto il mondo ed è così presente che la sua immagine è emblema stesso di libertà, uguaglianza tra i popoli e soprattutto di solidarietà.
Della storia ufficiale di Ernesto Che Guevara si conosce quasi tutto, le sue imprese, il suo impegno costante per difendere i deboli, di qualsiasi razza o colore, gli sfruttati e gli oppressi di tutto il mondo sono parte della sua stessa figura storica. Ernesto Che Guevara de La Serna Lynch nato a Rosario in Argentina nel 1928 e trucidato dai rangers del presidente boliviano Barrientos, manovrati dalla CIA, domenica 9 ottobre 1967, in una località sperduta della Bolivia, La Higuera. Perché considerato dai potenti governanti yankee un pericolo per la stabilità da loro imposta in tutto il Sud America, specie dopo la vicenda cubana che ancora oggi a 45 anni di distanza gli USA non riescono a digerire. Il Che fu giustiziato in modo frettoloso poiché il manipolo che lo aveva catturato e lo stesso Governo Boliviano si trovarono nelle mani una situazione più grande di loro, gestire la cattura del più famoso guerrigliero di quel tempo, per cui prima che Cuba e molti altri paesi venissero a conoscenza della cattura del Che e si muovessero di conseguenza con tutti gli strumenti politici e anche militari a loro disposizione, da Washington giunse l’ordine di sopprimerlo e possibilmente per mano boliviana. Infatti l’esecutore materiale dell’omicidio del Che fu l’ultimo per importanza del manipolo che lo aveva catturato, il giovanissimo sergente Mario Teran che per ordine dello stesso dittatore boliviano Renè Barrientos, fu costretto dai suoi superiori all’omicidio del Che. Così avvenne e, come spesso accade quando un personaggio straordinario muore violentemente in giovane età, la realtà sconfina con il passare del tempo nel mito.
Quali furono allora le ragioni che spinsero il Che a diventare un rivoluzionario, molte testimonianze dicono che già nella sua vita adolescenziale nutrì particolari attenzioni per i più deboli e per la solidarietà tra uomini, era un ragazzo scherzoso, ciarliero, simpatico, un amante del divertimento, fu sempre però un anticonformista pronto a battersi laddove intravedeva ogni forma di ingiustizia e di oppressione.
Ma Che Guevara adulto è molto di più, la sua statura è assai più complessa e le sue idee ben più importanti, a mio avviso, delle sue azioni già di per sé di notevole riguardo.
Quello di cui si oggi si parla meno sono le idee che Che Guevara aveva radicato dentro di sé nella breve ma intensa durata della sua vita. Troppo spesso lo si assimila a un qualsiasi leader della sinistra radicale, anti-nordamericano, anti-democratico, marxista convinto e ortodosso, in realtà Che Guevara voleva trovare risposte che partendo da una ovvia base culturale socialista, si ponessero come una sfida alle trasformazioni in atto nella società, individuando una via di uscita nuova e innovatrice che cambiasse radicalmente tutto l’assetto politico sociale dell’America e del mondo in generale. Ad un certo punto del suo percorso intellettivo e ideologico Che Guevara che già in gioventù, dopo essersi brillantemente laureato in Medicina, aveva effettuato lunghi viaggi in tutta l’America Latina dove aveva constatato il degrado sociale, culturale, economico dei popoli che aveva conosciuto ed in più aveva potuto toccare con mano che non vi era terra in cui non fosse pesante e insopportabile il giogo imposto dagli Stati Uniti, nel 1953 si trovò in Guatemala dove la aggressione militare guidata dal golpista filo-americano Castillo Armas armato e finanziato dagli Usa stessi, contro il governo democratico di Jacobo Guzman, convinsero il Che, sia perché il governo di Guzman si rifiutò di armare il popolo per difendersi dall’aggressione, (errore ripetuto, e pagato con la vita, quasi vent’anni dopo da Salvador Allende, in Cile) sia per la tragedia consumatasi in Guatemala che si concluse in una carneficina ove furono sterminati dai golpisti anche donne e bambini, Che Guevara a malincuore si convinse che una via pacifica e riformista per liberare i popoli dell’America Latina fosse in quel momento inutile e improduttiva. Per un uomo del suo rigore e della sua forza interiore la scelta divenne obbligata, spendere la propria vita a favore degli oppressi e poiché era fermamente convinto che gli uomini nascono uguali e poi diventano oppressi e sfruttati da chi detiene il potere, il Che scelse di diventare un rivoluzionario, di scendere in campo e per quanto gli fosse possibile combattere in ogni angolo del mondo l’ingiustizia perpetrata dai potenti contro i deboli.
Egli partito con l’idea di andare a portare la sua professione medica a chi ovunque ne avesse bisogno, dopo la vicenda guatemalteca si rese conto e cominciò a capire che vi erano nella sua coscienza cose più pressanti che dare un contributo alla medicina, imbracciare le armi ed aiutare nella lotta la gente, il popolo contro lo sfruttamento e l’ingiustizia, nacque così il Che rivoluzionario.
Secondo Che Guevara il vero rivoluzionario vive a suo modo la rivoluzione, ma vi sono elementi che contraddistinguono i rivoluzionari le cui idee resistono nella storia. Il Rivoluzionario è colui che vivendo un rapporto di antagonismo con una parte della società e i suoi poteri oppressivi, lascia la sua quotidianità, il suo lavoro, spesso anche i suoi affetti per assumere le sembianze di uno straniero. E’ un uomo errante alla ricerca di un mondo nuovo. Il suo viaggio è una metafora della ricerca della libertà, camminando esce dal quotidiano e più cammina, più acquisisce sapienza, cultura e più si avvicina all’Uomo.
Il Che era anticonformista. Ma non si trovava al di fuori della storia, dei meccanismi sociali, politici e produttivi. Anzi proprio per la sua natura inquieta e ribelle più di altri esprimeva le ansie del suo tempo e del suo essere sociale. Era un uomo eccezionale dotato di un a intelligenza brillante e concreta, di una memoria unica e soprattutto di una lungimiranza talora straordinaria.
Con la sua attività, politica e umana, rispondeva alle sfide delle trasformazioni in atto nella società, al crescente conflitto tra il liberismo sfrenato degli Usa e l’ortodossia marxista burocratica e deviata dallo stalinismo del blocco del Patto di Varsavia.
Il Che cercava delle vie di uscita allo scontro dei due blocchi, che riteneva uno il rovescio della medaglia dell’altro ma entrambi con lo stesso intendimento imporre al resto del mondo uno dei due modelli o almeno dividere il mondo in due blocchi egemoni e in equilibrio che entrambi in modo diverso ma non troppo soggiogassero il paesi più deboli del III mondo.
Egli fu un uomo sicuramente influenzato dalle teorie socialiste e marxiste, ma mai ne sposò il metodo applicato nel blocco sovietico. Non a caso non appena Fidel Castro si schierò anche se suo malgrado e per necessità apertamente con l’Unione Sovietica il Che si ritirò dalla vita politica cubana. A Cuba la sua patria di adozione che egli sempre considerò il laboratorio di una politica attiva continuazione dello spirito rivoluzionario iniziale, ad un certo punto il Che sentì l’inutilità dei suoi sforzi e pur restando legato all’isola caraibica se ne andò cercando di esportare il concetto rivoluzionario in altri posti del mondo e ruotando l’asse del conflitto non più tra Est e Ovest del mondo ma tra il Nord rappresentato dagli Stati Uniti e dalla loro politica egemone e neocolonialista e dal blocco sovietico definito dal Che ad Algeri il rovescio della medaglia dell’imperialismo yankee e il Sud del mondo costituito dai paesi poveri, affamati e sfruttati. Studiando il Che dal punto di vista delle sue idee e della sua veduta di un mondo libero senza conflitti dettati da meri interessi economici, in cui ogni uomo ha la stessa dignità e gli stessi diritti si evince che Ernesto Che Guevara fu un uomo che e’ e sarà destinato a lasciare un segno indelebile nella storia del XX° secolo e forse attraverso lo sforzo di costruire un analisi approfondita e organizzata del suo pensiero, della sua famosa teoria dell’Uomo Nuovo, il Che potrà contribuire con le sue visioni innovative di un mondo più giusto, equo e solidale a gettare un ponte di speranza che renda migliore un mondo che mai come oggi al di là di ogni credo ed ideologia sta vivendo una delle crisi più profonde, strutturali e devastanti della sua lunga storia. Anni dopo Fidel Castro parlando del Che ci presenta un uomo diverso: Il Che, dice Fidel, era diventato molto silenzioso, anche se estroverso, non amava esprimere le sue emozioni, ti fissava per costringerti a dire qualcosa, e aveva un modo di guardare così penetrante che spesso io stesso non riuscivo a sostenere.
Oggi a ogni manifestazione le bandiere che raffigurano il Che garriscono numerose, le si possono vedere perfino negli stadi, sulle sue icone è stato costruito un vero merchandising, questo non è del tutto negativo, anzi, vedere giovani nati dopo che il Che fu assassinato con bandiere, bandane, T-shirt che lo raffigurano non può che fare piacere, significa che il mito del Che è sempre e comunque un anelito alla libertà. I pacifisti considerano il Che un modello questo è in parte vero, egli è simbolo di libertà, solidarietà, uguaglianza ma il concetto del Che sulla Pace era molto dinamico in suo scritto si legge: “La pace degli uomini che la desiderano con tutte le loro forze che sono disposti a giovarsene al massimo per la felicità del loro popolo, ma che sanno che non devono mettersi in ginocchio per ottenerla, che sanno che la pace si conquista a colpi di audacia, di coraggio, di incontrollabile pertinacia, e che così si difende, e che la pace non è una condizione statica ma qualcosa di dinamico al mondo, e che quanto più forte, unito, e solidale è un popolo, più facilmente potrà mantenere la pace a cui aspira dall’aggressione dei potenti del mondo. Così come il suo concetto sulle diseguaglianze e il razzismo egli affermava che: “Fino a quando il colore della pelle non sarà considerato come il colore degli occhi noi continueremo a lottare.”
Per concludere questo mio scritto non trovo cosa più appropriata lasciando parlare il Che dall’Assemblea delle Nazioni Unite dove, come rappresentante di Cuba, egli tenne un lungo discorso di cui io riporterò solo la parte finale di cui possiedo anche la voce in diretta: è la conclusione che raccoglie tutto il frutto delle sue azioni e del suo pensiero e che per me nonostante siano passati 40 anni, il discorso fu tenuto l’11 dicembre 1964, è come una sorta di viatico per il futuro che speriamo sia migliore per tutti gli uomini di questo piccolo e opaco pianeta.
Discorso del Comandante Ernesto Che Guevara: La Storia dovrà tener conto dei popoli d'America.
Assemblea Generale dell'ONU l'11 dicembre 1964
Silenzio “abla el Che”: <<Non c’è nemico piccolo ne forza disprezzabile, perché non ci sono più popoli isolati. Secondo quanto stabilisce la Seconda Dichiarazione dell’Avana: Nessun popolo dell'America latina è debole, perché fa parte di una famiglia di duecento milioni di fratelli che soffrono le stesse miserie, sono animati dagli stessi sentimenti, hanno lo stesso nemico, aspirano tutti ad uno stesso destino migliore e godono della solidarietà di tutti gli uomini e le donne onorati del mondo. Questa epopea che ci attende la scriveranno le masse affamate degli indios, dei contadini senza terra, degli operai sfruttati; la scriveranno le masse progressiste, gli intellettuali onesti e brillanti che sono cosí abbondanti nelle nostre sofferenti terre d'America latina. Lotta di masse e di idee, epopea che sarà portata avanti dai nostri popoli maltrattati e disprezzati dall'imperialismo, i nostri popoli sconosciuti fino ad oggi, che già cominciano a togliergli il sonno. Ci consideravano come un gregge impotente e sottomesso e già cominciano ad aver timore di questo gregge, gregge gigante di duecento milioni di latinoamericani nei quali il capitalismo monopolistico yankee intravede già quelli che lo seppelliranno.
L'ora della sua rivincita, l'ora che essa stessa si è scelta, viene indicata con precisione da un estremo all'altro del continente. Ora questa massa anonima, questa America di colore, avvilita, taciturna, che canta in tutto il continente con la stessa tristezza e disinganno; ora questa massa è quella che comincia ad entrare definitivamente nella sua storia, comincia a scriverla col suo sangue, comincia a soffrire e a morire; perché ora per le campagne e per i monti d'America, per le balze delle sue terre, per le sue pianure e le sue foreste, fra la solitudine o il traffico delle città, sulle le coste dei grandi oceani e delle rive dei suoi fiumi comincia a scuotersi questo mondo ricco di cuori ardenti, con i pugni caldi pieni di desiderio di morire per “quello che è appartiene a loro”, di conquistare i suoi diritti calpestati per quasi cinquecento anni da questo o da quello. Ora sì la storia fare i conti con i poveri d'America, gli sfruttati e i vilipesi, che hanno deciso di cominciare a scrivere essi stessi, per sempre, la propria storia. Già si vedono, un giorno dopo l'altro, per le strade, a piedi, in marce senza fine di centinaia di chilometri, per arrivare fino agli 'olimpi' dei governanti da una parte all’altra per riconquistare i loro diritti. Già si vedono, armati di pietre, di bastoni, di machetes, dovunque, ogni giorno, occupare le terre, conficcare i loro artigli nelle terre che gli appartengono e difenderle con la loro vita; si vedono con i loro cartelli, le loro bandiere, le loro parole d'ordine, fatte correre al vento, per le montagne e lungo le pianure. E quest'onda di fremente rancore, di giustizia reclamata, di diritto calpestato, che comincia a levarsi fra le terre dell'America latina, quest'onda ormai non si fermerà più. Essa andrà crescendo col passar dei giorni; perché formata dai più; dalle maggioranze sotto tutti gli aspetti, coloro che accumulano con il loro lavoro le ricchezze, creano i valori, fanno andare le ruote della storia e che ora si svegliano dal lungo sonno di abbrutimento al quale li avevano sottomessi. "Perché questa grande umanità ha detto basta e si è messa in marcia. E la sua marcia, di giganti, non si arresterà più fino alla conquista della vera indipendenza per cui sono morti già più di una volta inutilmente. Ora, ad ogni modo, quelli che muoiono, moriranno come quelli di Cuba, quelli di Playa Girón; moriranno per la loro unica, vera e irrinunciabile indipendenza."
Tutto ciò, signori delegati, questa nuova disposizione di un Continente, dell'America, è plasmata e riassunta nel grido che, ogni giorno più forte, le nostre masse proclamano come espressione irrefutabile della loro decisione di lotta, paralizzando la mano armata dell'invasore. Motto che conta sull'appoggio e la comprensione di tutti i popoli del mondo. Questo proclama è: Rivoluzione o Morte!>>
08:30 Scritto da: robert-paulson in la pagina di Cuba | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: che guevara | OKNOtizie |
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03/07/2007
Il Sigaro cubano, l’emblema di un popolo e della sua storia

Desidero inoltre proporre una sorta di lettera aperta al lettore italiano perché solo da alcuni anni nel nostro Paese si trova nelle rivendite e tabaccherie specializzate una scelta sempre più vasta di marchi e tipi (vitolas de salida) di sigari cubani.
Il sigaro è uno di prodotti peculiari di una terra, l’isola di Cuba dalle caratteristiche uniche ed assai complesse.
La storia di quest’isola dei Caraibi, fin dal giorno della sua scoperta avvenuta da parte di Cristoforo Colombo nel 1442, esattamente il 29 ottobre, solamente dopo 17 giorni dalla scoperta dell’America stessa, rappresenta una delle vicende umane e sociali di un popolo e di una nazione che affascina e conquista come una favola antica.
I primi indigeni avvistati dagli Spagnoli usavano fumare lunghe foglie avvoltolate su se stesse, in pratica i “precursori” degli attuali sigari. Per cui la storia del sigaro e quella dell’isola di Cuba si fondono ed intrecciano in modo inscindibile fino dalla sua scoperta e scorrono lungo il corso dei secoli fino ad oggi.
Affrontare approfonditamente la complessità e le numerose controversie che hanno caratterizzato la vicenda storico-politica di Cuba, in uno scritto che vuole parlare di sigari, potrebbe sembrare fuori tema, tuttavia è gioco forza parlare delle vicissitudini di questo particolarissimo Paese, poiché come ho detto poc’anzi, esse condizionano e determinano in modo profondo e peculiare la nascita, la natura, la costruzione, la complessità e la “avventura” dell’Habanos stesso sia a Cuba. ma soprattutto nel mondo.
Cuba è terra ricca di risorse sia naturali che umane, è un’isola caraibica dall’incomparabile bellezza, con un paesaggio unico ed assai multiforme, con un mare splendido, montagne e pianure, vegetazione lussureggiante, campagne e città dal fascino inimitabile.
Cuba fu per secoli una colonia spagnola, in pratica dal 1492 fino all’indipendenza che fu ottenuta dalla madre patria iberica solamente dopo la guerra tra Spagna e Stati Uniti nel 1898.
Ottenuta l’indipendenza seguì un lungo periodo di drammatica tensione politica e sociale, poiché Cuba passata sotto una sorta di neocolonialismo da parte del colosso statunitense, subì da parte degli USA una lunga egemonia politica ma soprattutto economica, che condizionò le storia più recente di Cuba molto pesantemente, tanto che non poche furono le crisi che la nazione cubana dovette sopportare nel secolo scorso.
Come conseguenza inevitabile dell’oppressiva politica americana e delle vicende che la accompagnarono sorse la Cuba rivoluzionaria, che lottò aspramente e vinse contro la dittatura corrotta e sanguinaria di Fulgencio Batista. Si venne così a creare dal 1959 la Cuba della Rivoluzione del Movimento 26 Luglio, la Cuba del socialismo cosiddetto “caraibico” di Fidel Castro, Che Guevara, Camilo Cienfuegos… che pur tra alcune contraddizioni, spesso accentuate dai media occidentali, sopravvive anche oggi.
Ci si chiede allora cosa è realmente la nazione cubana nel nuovo millennio.
La Cuba dei nostri giorni è una realtà umana e sociale sospesa tra l’attaccamento agli ideali del socialismo, della patria, della fiera indipendenza, della solidarietà, dell’orgoglio, del sacrificio e la sottile ma decisa voglia di cambiamento, un cambiamento però indolore che mantenga in sé tutti principi della storia rivoluzionaria.
Facendo un passo indietro non va dimenticato che dal 1962 Cuba è sottoposta all’antidemocratico, ferreo e "anacronistico”, embargo perpetuato dall’arroganza nordamericana che ancora oggi non sopporta un vicino di casa considerato l’ultimo baluardo “comunista” del mondo occidentale.
L’embargo fu istituito dall’amministrazione Kennedy, poiché Cuba diventò una “testa di ponte” dell’ex Unione Sovietica (e del blocco del Patto di Varsavia), nelle sue mire espansionistiche nell’area centroamericana, assai strategica nell’ottica della guerra fredda.
Per decenni quindi Cuba a causa della sua “infelice” posizione geografica posta a sole novanta miglia dalle coste della Florida, fu un nodo vitale dal punto di vista geopolitico mondiale coinvolta spesso drammaticamente ed in modo molto diretto in tutte le travagliate vicissitudini degli anni bui della contrapposizione USA – URSS. In questa ottica ricevette, più per necessità che per convinzione, un notevole sostegno dallo scomodo ma necessario alleato sovietico, ma mai fu “sovietizzata”, come ci tengono a affermare e dimostrare tutti i cubani stessi. Cuba tollerò il giogo economico imposto dall’URSS ma mai subì un processo di “assimilazione ideologica” simile a quello dei paesi europei dell’Est, riuscendo a mantenere sempre viva la sua “diversità”.
Improvvisamente nel 1990, dopo la caduta del muro di Berlino, ed il crollo del comunismo europeo Cuba fu abbandonata dall’Unione Sovietica e dai relativi e congrui aiuti economici.
Tutto ciò avvenne in modo drammatico e quasi istantaneo e con la cessazione di ogni forma di aiuto economico e tecnologico, l’isola cadde in una crisi globale dalle proporzioni devastanti, che ebbe come conseguenza il cosiddetto “periodo speciale”, che durò quasi dieci anni, in cui gli stenti subiti dalla popolazione cubana furono indescrivibili. Poi piano piano verso la seconda metà degli anni Novanta, le ristrettezze del periodo speciale si attenuarono, almeno in parte, e a ciò contribuì anche la visita di Giovanni Paolo II avvenuta nel 1998, che restituì gioco forza a Cuba una certa visibilità internazionale. Ed è accaduto così che con molta fatica e con qualche compromesso Cuba oggi è riuscita almeno in parte e lentamente a risollevarsi.
Il merito maggiore di ciò sta nel popolo cubano, che vivendo in una terra come già detto ricca di risorse e bellissima, ha sopportato gli enormi sacrifici con fermezza sempre convinto di poter rialzare la testa. La gente cubana ha infatti insito nel suo genoma una allegria ed una voglia di vivere indistruttibili, fattori che hanno giocato un ruolo decisivo nella sopravvivenza della Nazione.
Cuba è una terra dai forti contrasti, ma da sempre il suo più grande patrimonio è la sua stessa gente, un popolo “giovane” nato dalla commistione di razze e tipologie umane diversissime, ma orgoglioso della propria “cubania”, un termine coniato dagli stessi isolani, che sintetizza in una sola parola il loro orgoglio di essere figli di quel lembo di terra baciato dal sole ed incastonato nello splendido mare dei Caraibi.
Gente cubana che ha sopportato sorridendo miseria ed isolamento causato dal tuttora vigente e ferreo embargo americano, aggravatosi nel “periodo speciale”, embargo voluto dall’ala oltranzista dell’ultradestra del Partito Repubblicano e sponsorizzato dai ricchi esuli cubani della lobby anticastrista di Miami con ostinazione, anche dopo la totale scomparsa della “minaccia” sovietica. Embargo addirittura inasprito duramente durante l’amministrazione apparentemente più “morbida” del democratico Bill Clinton da due misure inique e spietate la legge Torricelli (1992) e la legge Helms-Burton (1996), inutili e quanto mai crudeli, poiché inferte a un paese inoffensivo e sull’orlo del collasso. Oggi molte autorevoli voci di politici, di diplomatici, di eminenti personaggi del mondo politico, sia in Europa che negli stessi USA si levano contro l’iniquo embargo e forse prima o poi gli Stati Uniti dovranno cedere e “liberare” Cuba dalla morsa in cui l’hanno posta da più di quarant’anni, con la speranza e la fede che poi che non vogliano imporre il loro modello di “democrazia” liberista all’isola dei miracoli, sarebbe un disastro per quello che è e che rappresenta Cuba nel mondo.
E sull’isola dei miracoli, ovvero Cuba nacque l’habanos, il “puros”, un manufatto peculiare che da origine ad uno dei piaceri della vita: fumare il sigaro, provare per credere.
Sigaro cubano la cui “avventura” nei secoli si fonde ed intreccia con quella della terra in cui è nato in modo avvincente e inseparabile.
Dei primi anni dopo la scoperta di Cuba poco si conosce circa la fabbricazione e la forma degli antichi e rudimentali sigari fatti dagli indios nativi cubani, le tribù autoctone Tainos e Ciboneys, questi arrotolavano foglie di tabacco su sé stesse per poi accenderle a aspirarne il fumo. I primi esploratori spagnoli chiamarono quello strano prodotto “tizon”, il precursore del sigaro come lo intendiamo oggi. Poi, i primi coloni carpirono agli indigeni i segreti della coltivazione del tabacco e la cura delle sue foglie dopo il raccolto, e già attorno al 1510 erano in grado di inviare tabacco prodotto a Cuba alla madrepatria.
Con il tempo si scoprirono nelle molte altre colonie spagnole centroamericane diverse varietà di piante di tabacco, ma il migliore era già considerato quello che Colombo e i suoi uomini avevano visto fumare a Cuba e si comprese anche che il modo migliore per fumare quel tabacco era quello degli indios, ovvero arrotolato nelle sue stesse foglie, il “tizon” dei primi esploratori, che nel frattempo aveva cambiato nome ed era diventato cigarro, derivando il nome dal verbo spagnolo “cigarrar” che per l’appunto vuole dire arrotolare. Furono poi i marinai dei galeoni spagnoli che facendo la spola tra il Nuovo e il Vecchio Continente introdussero questa usanza in Europa. Di certo è anche noto che il tabacco fu introdotto in Europa agli inizi del sedicesimo secolo come erba medicinale.
Ma, come detto, fin da subito il suo uso più comune fu quello di fumarlo per combustione, sebbene all’inizio il fumo di tabacco fu limitato all’aristocrazia coloniale spagnola e come già accennato agli esploratori e ai marinai che avevano appreso l’arte del fumo dai nativi, però già alla fine del 1500 il fumo di tabacco si diffuse anche in Francia, Belgio, Olanda e Germania.
Diversi modi di fumare tabacco vennero sperimentati nei diversi paesi europei e certamente la pipa fu il primo, ma il “cigarro” era già considerato molto più soddisfacente.
La nascita precisa del sigaro, come lo intendiamo oggi, come si può immaginare è difficile da identificare precisamente, anche se nelle colonie spagnole e nella madrepatria iberica l’uso di tabacco in foglie arrotolate su se stesse fu in voga, appunto, fin dai tempi di Colombo.
Le prime manifatture ove si producevano sigari in serie pare furono istituite a Siviglia nel 1600 e da lì a poco comparvero i primi sigari “moderni”, la prima raffigurazione di un sigaro si può osservare a Siviglia stessa ed è datata 1676.
Per tutto il 1700 la Spagna ebbe il monopolio della preparazione di sigari, con il tabacco importato dalle colonie americane e specialmente da Cuba, e agli inizi del 1800 l’industria spagnola del sigaro impiegava migliaia di lavoratori e lavoratrici che producevano milioni di pezzi già chiamati “puros”, ancora oggi il nome popolare con cui gli spagnoli amano chiamare il sigaro cubano.
L’esplosione del mercato di questo prodotto indusse gli spagnoli a perfezionare il processo di coltivazione, raccolta, fermentazione e cura delle foglie di tabacco, così come crebbe lo studio e la prova delle varie “miscele” di diversi tipi di foglia e della foglia del rivestimento esterno, nonché la costruzione dei moduli (ovvero i formati) definite “vitolas” sempre più numerose e diversificate per calibro, forma e lunghezza, così da arrivare finalmente a un prodotto assai simile a quello odierno.
Nel corso del 1700 accadde anche un altro fatto assai importante, direi fondamentale nella storia del sigaro, si costruirono le prime manifatture direttamente nelle colonie ed in particolare a Cuba, ove il tabacco era già da tempo considerato il migliore e il più adatto proprio alla costruzione dei sigari. Sembra addirittura che la Reale Corte Spagnola avesse autorizzato già dalla seconda metà del 1600 dapprima la coltivazione del tabacco su vasta scala e poi la produzione dei sigari a Cuba. Questo perché fino a quel momento le foglie di tabacco venivano inviate dalle colonie alla madrepatria iberica e il fatto più negativo era che dovevano sopportare il lungo trasporto nella traversata dell’oceano Atlantico, che danneggiava gran parte del tabacco, si comprese così che invece il prodotto finito, il sigaro, sopportava e sopravviveva assai meglio delle foglie non lavorate alle traversate atlantiche. Di conseguenza gli spagnoli crearono le prime “fabricas” sul suolo cubano ed in particolare nella città dell’Avana la capitale (fig1).
Nacquero così in breve moltissime manifatture che lavoravano il tabacco delle piantagioni situate sulla stessa isola cubana, producendo in loco il prodotto finito che poteva così giungere ben conservato e in condizioni ottimali in Europa avendo fatto il “viaggio” quando era stato completamente confezionato a Cuba con vantaggi sia nella qualità che nel costo.
Così che in brevissimo tempo l’intera industria manifatturiera del tabacco fu trasferita dagli spagnoli completamente e definitivamente sul suolo cubano.
Il primo marchio cubano fu registrato all’Avana nel 1810 da Francisco Cabanas e da Bernardino Rencurrel, nativi dell’Avana stessa, che aprirono in città la loro manifattura con annesso negozio di vendita in Calle Jesus del Monte.
Iniziò così l’età dell’oro dell’Habanos (così nel frattempo si era cominciato a chiamare il “puros” cubano) poiché tutte le manifatture più prestigiose si concentrarono all’Habana la capitale. Tra il 1830 e il 1850 nacquero a Cuba i grandi marchi molti dei quali famosi e che sopravvivono anche oggi. Por Larranaga nel 1834, Ramon Allones nel 1837, Punch nel 1840, H. Upmann (fondato dal banchiere tedesco Hermann Upmann trasferitosi a Cuba e naturalizzato cubano) nel 1844, Partagas e La Corona nel 1845, El Rey del Mundo nel 1848, e via via in pochi anni Romeo y Julieta, Josè Gener, La Escepcion, Hoyo de Monterey, Belinda, Bolivar, Juan Lopez, Saint Louis Rey, e molti altri marchi minori di cui la gran parte oggi non esiste più.
Le “fabricas” dell’Habana del 1800 raggiunsero due grandi obiettivi: il primo creando e stabilendo le molte “brands” (marchi) delle diverse manifatture (perché una manifattura talora produceva più di un marchio), ridefinendo e stabilizzando inoltre le molte “vitolas de galera” ovvero i formati o moduli propri della lavorazione del tabacco cubano; il secondo raffinando le tecniche di produzione, migliorando in modo eccelso la qualità dei sigari cubani, rafforzando così l’esportazione dei sigari finiti e già affinati sull’isola in Europa e nel resto del mondo. Si ottenne pertanto una tale qualità che in pochi anni per la loro grande superiorità gli habanos conquistarono la gran parte del mercato internazionale del fumo di tabacco.
Così circa nel 1850 esistevano a Cuba già più di duecento manifatture registrate e pochi anni dopo fu registrato il primo marchio non di proprietà ispanico-cubana da parte di un olandese innamorato dell’isola Gustave Bock che fu probabilmente anche l’inventore della “anilla”, la fascetta che avvolge e contraddistingue la base del sigaro anche oggi e che è oggetto di attenzioni e collezionismo da parte di molti amatori. Colorate e artistiche, le fascette attorno al sigaro, da subito diventarono una specie di “firma” della marca di ciascun habanos. Le bande rappresentavano in modo veramente artistico, quasi come vere e proprie “miniature” raffiguranti simbologie tipiche di Cuba, città e paesaggi dell’isola, campagne e paesi, fiori e piante, ma anche re e monarchi, capi di stato, presidenti, artisti e poeti, opere d’arte….Quelle odierne invece sono molto più semplici, portano di solito il marchio della brands e per i “puros” cubani la scritta sempre presente “Habana” unica cosa non permessa a tutte le marche parallele.
Si cominciò contemporaneamente poi a curare anche la confezione dei sigari che da allora vengono posti in scatole di legno di cedro, ovviamente cubano, ciò per evitare che i sigari fino allora imballati in casse di legno comune, dopo essere stati raccolti in fasci da cento o più pezzi non si impregnassero di tutti gli “amabili aromi” tipici delle stive delle navi che ne danneggiavano le qualità organolettiche. Il sigaro è come una “spugna” assorbe ogni odore proveniente da qualsiasi sostanza gli venga posta vicino deteriorandosi. Le scatole di legno di cedro si fecero più piccole potendo contenere di solito 25 o 50 pezzi e si scoprirono tra l’altro le grandi qualità di conservazione dell’umidità, e le virtù antiparassitarie e anti-assorbimento dei vari odori del legno di cedro cubano. Inoltre parallelamente le scatole cominciarono a venire arricchite di fregi e disegni alcuni molto artistici e pittoreschi con paesaggi, ritratti, simboli che divennero emblemi dei diversi marchi e patrimonio dell’immagine della cultura del sigaro habanos.
Alla fine del 1800 la guerra ispano-americana che formalmente rese Cuba indipendente nel 1898, ma che in realtà la portò dalla condizione di colonia spagnola a protettorato statunitense, spostò il controllo del mercato dei sigari habanos dalle mani spagnole a quelle dei nordamericani. Parallelamente alla crescente influenza statunitense espressa sulla politica e sull’economia cubana, si stabilì anche il controllo degli americani su tutti i prodotti dell’isola ed in particolare sui sigari, che ne erano il fiore all’occhiello. Basti pensare che ancora oggi nonostante l’embargo vieti drasticamente l’importazione di sigari cubani in USA, le importazioni illegali a prezzi fuori da ogni limite sono costanti sul suolo degli USA, e ciò nonostante le numerose manifatture stabilite con capitale americano in altre isole dei Caraibi, in Messico, Nicaragua, Honduras, Costa Rica e altri paesi centroamericani. Manifatture modello ove si producono milioni di pezzi perlopiù destinati al mercato americano (ma non solo), ottimi nella fattura ma per quanto a qualità e personalità per dirla come suole dire un mio caro amico e maestro, di cui vi do solo le sue iniziali A.B., sono solo “aria calda” in confronto a un buon “puros” cubano fatto a mano.
Chiusa questa breve parentesi extra-storica, riprendo dagli anni immediatamente successivi alla Prima Guerra Mondiale, gli anni della recessione, in cui l’industria cubana del tabacco non subì eccessivamente la grande crisi economica degli anni ’30, ma si stabilizzò, molti marchi scomparvero, restando solo i migliori e la produzione si standardizzò sugli ottimi livelli raggiunti. Un fatto notevole in questo periodo fu invece la fondazione di una nuova fabbrica che diede origine a uno dei marchi destinati a diventare tra i più famosi al mondo, nel 1935 Alonzo Menendez e suo figlio Benjamin registrarono il marchio Montecristo che divenne uno dei simboli del sigaro cubano nel mondo.
In questo periodo tra i due conflitti mondiali però il fatto negativo più importante, che condizionò il mondo del sigaro, coincise con la ripresa seguita alla grande crisi economica: la nascita dell’industria della produzione delle sigarette. Il sigaro essendo un prodotto artigianale fu costretto a diventare un prodotto di “nicchia”, il popolo si rivolse alle ben più economiche e pratiche sigarette e il nostro amato habanos divenne un prodotto costoso di lusso, riservato a personaggi ricchi e famosi, tra cui nobili, aristocratici, grossi manager industriali, artisti o divi del cinema e del teatro.
Molti fumatori perciò per i costi elevati dovettero convertirsi alle banali sigarette divenute un prodotto industriale a basso prezzo e facilmente accessibile.
In questo periodo “critico” però venne alla ribalta della scena delle manifatture di habanos un altro personaggio molto particolare e in breve divenuto molto famoso, anche per la sua ricca anedottica, Josè Rodriguez Fernandez detto “Pepin”. Nato in Spagna nel 1866 e immigrato a Cuba da bambino, egli rilevò e ridiede grande fasto alla celebre “fabrica” Romeo y Julieta diffondendone il marchio e i prodotti in tutto il mondo. Pepin arrivò al punto che nella sua megalomania, divenuto ricchissimo, cercò di comprare dal Governo Italiano il famoso “balcone di Giulietta” e il celebre cortile annesso, situati nel Palazzo dei Capuleti nella centralissima Via Cappello a Verona (n.d.a. la mia città). Tale balcone con i due celebri amanti era ed è tuttora il simbolo della Romeo y Julieta, da sempre riportato sulle scatole di questo marchio, e poiché per Pepin era inoltre anche il simbolo portafortuna della grande espansione della sua manifattura, egli voleva costruire una grossa rivendita di habanos proprio in quel sito simbolico, luogo mitico della città di Verona, celebrato dagli innamorati di tutto il mondo dopo essere stato reso famoso da William Shakespeare nella sua celebre tragedia. Di sicuro fu che il Governo Italiano e il Podestà di Verona (era il 1929, in pieno Ventennio Fascista) negarono fermamente ogni trattativa di acquisto al nostro Pepin nonostante le sue generosissime offerte.
La Seconda Guerra Mondiale e gli anni immediatamente successivi ebbero invece sul sigaro un insperato effetto benefico e il “puros” ritornò in voga alla grande. Il motivo per cui il secondo devastante conflitto mondiale riportò in auge il sigaro cubano non è mai stato molto chiaro, i fattori a mio avviso furono molteplici. Di certo è che molto merito ebbe l’immagine vincente di Sir Winston Churchill, l’emblema della perseveranza nella lotta al Nazi-Fascismo. Il celebre Primo Ministro britannico fu visto assai raramente in pubblico senza un grosso sigaro serrato tra le labbra e le prime due dita della mano poste a V in segno di vittoria, così il sigaro, per tutte le forze alleate, divenne un simbolo della lotta alla dittatura e un inno alla libertà e alla democrazia.
Alla fine del conflitto il crescente benessere economico e la maggiore disponibilità al commercio e al traffico internazionale delle merci grazie alla velocità dei trasporti divenuti aerei, il mercato del sigaro riprese vigore e il “puros” cubano divenne un prodotto più accessibile, meno esclusivo e di grande immagine, aiutato in questo anche dal grande cinema.
Fu così che venne il grande secondo periodo d’oro dell’habanos caratterizzato da personaggi di alto livello, grandi costruttori e mercanti che stabilirono nelle grandi città del mondo rinomate e fastose rivendite di sigari provenienti da Cuba.
Alfred Dunhill e i suoi figli, Zino Davidoff, Ramon Cifuentes, Gerard Père, Don Alejandro Robaina l’unico coltivatore di tabacco e produttore di sigari cubani vivente (è nato il 20 marzo 1919) a cui è stato dedicato il nome di un marchio, introdotto sul mercato nel 1997 da Habanos S.A. in suo onore; furono i principali fautori di questa grande rinascita e della conseguente ridiffusione del “puros” a livello internazionale (fig.2).
Due parole vanno spese per Ramon Cifuentes cubano (1908-2000). La sua fama è legata alla “rifondazione” della “fabrica” e del marchio Partagas a Cuba. La Partagas Factory era nata già nel 1845 fondata da Jaime Partagas un immigrato catalano, rilevata nel 1900 dalla famiglia Cifuentes ovvero dal padre di Ramon, divenne negli anni successivi, quando il giovane Ramon ne assunse la direzione uno dei marchi più famosi di Cuba con alcune vitolas de salida celeberrime (Lusitania, Series D4, 8-9-8 Varnished, Churchill, Short tanto per citarne alcune) (fig.3). Il giovane Ramon apprese giovanissimo l’arte del sigaro e fu uno dei principali artefici nel ridare visibilità agli habanos e in particolare alla Partagas cubana nel dopoguerra, fama e prestigio che Partagas mantiene inalterati anche oggi. Purtroppo i suoi attriti con il governo cubano per le sue idee contrarie a quelle della dirigenza rivoluzionaria, nonostante che Fidel Castro in persona gli avesse offerto la massima direzione del neonato ente statale cubano del tabacco, la Cubatabaco, Ramon Cifuentes rifiutò e lasciò con grande dolore Cuba nel 1961. Scelse così l’esilio volontario e ricreò um marchio Partagas parallelo, prima in Jamaica e poi in Repubblica Dominicana, proseguendo la sua opera, mai però la Partagas “parallela”, con i suoi nuovi prodotti raggiunse il fasto e il pregio dei Partagas habanos e della mitica manifattura Francisco Perez German più nota come Partagas Factory sita all’Avana nel cuore dell’Habana Vieja.
Senza nessun accenno polemico, in questa vicenda ci rimisero sia Ramon Cifuentes che l’industria cubana del tabacco che perse uno dei suoi massimi esperti di “puros”. Ramon si spense nel 2000 con Cuba nel cuore e il rammarico di non esservi più tornato.
Ben diversa fu la vicenda del grande Zino Davidoff, nato in Russia nel 1906 e a tutt’oggi considerato a tutti gli effetti il più grande realizzatore e conoscitore di habanos di tutti i tempi e che purtroppo è scomparso nel 1994.
La sua vicenda personale e lavorativa su intreccia con la storia del sigaro cubano e della Rivoluzione di Castro del 1959 in modo indelebile. In quell’anno, infatti, la vittoriosa campagna rivoluzionaria portò al potere a Cuba il nuovo Governo Rivoluzionario. Sull’onda di un’entusiasmo straripante i giovani capi rivoluzionari, in pratica monopolizzarono tutte le esportazioni dei pregiati prodotti dell’isola, tra cui ovviamente il tabacco, per cui decisero drasticamente di statalizzare e “cubanizzare” tutta l’economia isolana. Fu così che una delle prime misure del governo rivoluzionario castrista fu la completa nazionalizzazione di tutte le piantagioni di Cuba, dalla canna da zucchero, al caffè, al cacao, al tabacco. Non solo il nuovo governo nazionolizzò tutte le “fabricas” e i grandi marchi che avevano reso famosa Cuba nel mondo dei sigari, ma arrivò un pò stoltamente al punto di eliminare i vecchi e gloriosi marchi, per creare un nuovo ed unico marchio denominato Siboney, riducendo altre a tutto la produzione delle numerose vitolas de galera a soli quattro formati, per giunta di pessima fattura e qualità.
Fu un grave errore. Per dare vigore alla spinta rivoluzionaria, i giovani nuovi capi di Cuba non avevano capito che i marchi e le vitolas dei “puros” erano un patrimonio cubano e quindi appartenente alla loro nazione, lo considerarono a torto emblema degli yankees che avevano buttato fuori dalla loro terra.
Il disastro che seguì queste decisioni fu immane per il sigaro cubano, che come detto, aveva insito in sé la storia di secoli di propria tradizione legata solo alla terra cubana e molto meno alle sue vicende politiche internazionali e degli stranieri avvicendatisi sul suolo cubano. Successivamente lo stesso Governo se ne rese conto, ed essendo Fidel Castro stesso un grande fumatore, sperimentò sulla sua pelle la pessima qualità dei nuovi sigari cubani, assistendo tra le altre cose al crollo del mercato internazionale degli stessi a minimi storici mai conosciuti dal 1600. Oltre a tutto vibranti proteste si levarono da tutto il mondo da parte degli “aficionados” che, vedendosi privati del loro prodotto preferito, si indignarono contro la distruzione di una tradizione secolare e intimamente cubana.
Così Fidel Castro fece marcia indietro e fu proprio Zino Davidoff l’uomo che indusse Fidel a rivedere le sue decisioni. Dopo una discussione con Davidoff, Fidel Castro, che riconosceva nel vecchio Zino la statura del più grande cigar-man vivente al mondo, si convinse che era assai opportuno eliminare il marchio unico e le sue quattro pessime vitolas e reintrodurre i grandi marchi del passato, con tutte le rispettive centinaia di vitolas de galera e de salida. Fu così che a partire dal 1965 il mercato dei “puros” cubani riprese vigore e gradatamente il sigaro dell’isola riguadagnò dapprima la sua eccezionale qualità e poi si ricostruì la sua reputazione nel mondo. Fu così che negli anni seguenti il sigaro cubano tornò ai vecchi fasti. E del resto non furono proprio i rivoluzionari del Movimento 26 Luglio, i barbudos di Fidel, Che e Camilo che avevano diffuso nel mondo l’immagine di giovani sani, puri e generosi, nell’uniforme verde oliva, fucile mitragliatore in mano e sigaro sempre in bocca? Il sigaro è stato simbolo della Rivoluzione stessa e in tutte le raffigurazioni Fidel e il Che e Camino Cienfuegos sono ritratti con i loro habanos stretti in bocca, sbattuti in faccia al mondo con un gesto di sfida.
E fu ancora Davidoff che contribuì nel 1967, unico non cubano a cui era ancora permesso di avere un marchio con il suo nome nella Cuba socialista, ove tutto era stato statalizzato, a ideare, costruire e rendere operativa la nuova “fabrica” modello di El Laiguito, da cui oggi provengono i pregiatissimi sigari dei marchi Cohiba e Trinidad. Poi nel 1989 Davidoff, per contrasti di scelta di mercato con la Cubatabaco, l’ente di stato che controllava il monopolio degli habanos, per questioni di politica di ordine commerciale, osteggiate dalla “arrugginita” dirigenza dell’ente, ma non da Fidel Castro, abbandonò Cuba, e sebbene saggiamente il buon Zino avesse già stabilito, dopo la Rivoluzione, il suo quartiere generale a Ginevra in Svizzera, e trasferito i suoi averi, abbandonò suo malgrado l’isola trasferendosi nella Repubblica Dominicana ove cercò di ricreare, non riuscendoci, i fasti che portò con il suo nome in quella terra. Ma i Davidoff “puros” di Cuba, per chi ha avuto la fortuna di conoscerli, rimarranno per sempre una cosa da consegnare alla leggenda.
Del mitico Zino Davidoff scomparso nel 1994 mi piace ricordare una frase da lui pronunciata pochi mesi prima di morire: “Il sigaro è stato la mia vita. Gli devo tutto: le mie estasi e le mie angosce, le gioie del lavoro come quelle del tempo libero, il sigaro insegna la benevolenza e apporta al fumatore una distensione più profonda e un giudizio più sereno.”
E così dopo questa fase controversa, Cuba ridiede vigore alla sua industria del tabacco, in questo aiutata anche dalle grandi compagnie europee che si adoperarono per riportare nel mondo gli habanos, con un buon numero di marchi e vitolas e, sia pur con qualche difetto legato alle necessità del guadagno, molto si deve a Tabacalera (spagnola) e Seita (francese) recentemente unitesi in Altadis S.A. favorite dalla fervida collaborazione con la Habanos S.A., la nuova società di monopolio cubana, che con una nuova struttura dirigenziale dinamica e di avanguardia ha sostituito la obsoleta Cubatabaco, ridando grande visibilità e lustro al “puros” in tutto il mondo. Con l’avvento di Habanos S.A. e dei suoi due dinamici co-presidenti Oscar Basulto e Jaime Garcia Andrade che stanno dando alla compagnia uno stile nuovo e sconosciuto alla lenta burocrazia tipica degli organismi statali nei paesi a struttura socialista, l’habanos sta decollando sempre di più.. Dal 1992 cominciarono anche le prime joint-venture dapprima con le grandi compagnie europee Seita e Tabacalera, i giganti francesi e spagnolo, che come già detto nell’ottobre 1999 si fusero nella mastodontica Altadis. Questa è oggi quotata in borsa a Parigi e Madrid e controlla con Habanos S.A. più del 30% del mercato europeo, con 3360 milioni di “habanos” venduti già nel 1999, con un incremento notevolissimo negli anni successivi. Oggi Altadis è considerata la più grande compagnia di distribuzione di habanos nel mondo, con Habanos S.A. che detiene sempre il 50% della società, dettandone strategie di produzione e di marketing nel network di distribuzione di tutti i sigari cubani nel mondo. Non da ultima e con grande gioia per gli appassionati del nostro paese è nata la joint-venture con la italiana Diadema S.P.A. che ha portato in Italia moltissime vitolas de salida cubane, su questa compagnia italiana preferisco stendere un pietoso velo perché meramente opportunista e gestita pesantemente a scopo di lucro specie nei confronti e a scapito del fumatore italiano perché il nostro mercato monopolizzato da Diadema riceve prodotti meno pregiati di quello spagnolo, francese e britannico, e quindi meno costosi all’origine con margini di guadagno dilatati a favore dell’importatore.
A parte la solita “vicenda all’italiana” l’ente cubano Habanos S.A. ha contribuito a dare una visibilità ancora più grande ai puros costituendo una catena internazionale di cigars-shops: “La casa del Habano”, presente con punti vendita in tutto il mondo, dove il prodotto venduto è spessissimo di alta qualità.
Sta nascendo una nuova età dell’oro? Non lo so, forse le politiche commerciali costringeranno Habanos S.A. e i suoi partners a rivedere il vitolario classico degli habanos immettendo sul mercato formati oggi più di moda ed eliminando sigari storici ma poco richiesti, forse il prodotto cubano perderà un pò di qualità perché si dovranno costruire un enorme numero di pezzi, magari con un pò meno tempo e attenzione, sull’onda della richiesta crescente in modo esplosivo. Certo è che oggi, nel 2006, in ogni angolo del mondo è possibile trovare, comprare e fumare un buon habanos.
Forse se non sarà più possibile assaporare alcuni mitici “puros” degli anni passati, di certo è che oggi l’habanos , non è più una rarità riservata a pochi eletti ma è vivo più che mai ed è sempre il miglior sigaro del mondo.
Ma che cosa è realmente un puros habanos?
A scopo di precisazione per “puros” cubano viene definito quel sigaro il cui tabacco nasce, cresce e viene coltivato a Cuba. Tabacco che viene raccolto, fermentato ed invecchiato sempre a Cuba e da cui viene costrutito un sigaro, di cui tutte le sue fasi complesse di lavorazione, dalla semina del tabacco fino alla sua confezione in scatole di cedro cubano ed al suo storaggio avvengono sempre a Cuba.
Tecnicamente invece un puros è un sigaro in cui le foglie di tabacco sono arrotolate in tutta la loro lunghezza (long filler), mentre la loro quantità ne determina il calibro (cepo). Il tabacco di tutte le componenti proviene esclusivamente da Cuba e per i marchi più rinomati dalla regione di Vuelta Abajo dove è più pregiato sia per la natura del terreno, sia per il clima che è nel contempo stesso umido e ventilato, e addirittura anche per la particolare flora batterica, che è peculiare e caratteristica solo di quella regione. Tale flora batterica determina la fermentazione delle foglie di tabacco in modo peculiare e unico dopo che esse sono state raccolte.
Le forme degli habanos sono di base due: cilindrica uniforme dalla testa al piede (parejos) o rastremata ovvero più corposa al centro con una o entrambe le estremità assottigliate (figurados).
La foglia del rivestimento esterno della capa è la più pregiata e ne determina il colore, la regolarità e in parte anche il sapore, mentre la parte interna o ligada ne detta le caratteristiche globali. Questa ovviamente è una descrizione sommaria e assai semplificata di cosa è un habanos, d’altro canto questo mio scritto non vuole essere un trattato tecnico perciò mi limito a queste poche specificazioni.
La cosa migliore da fare è andare a comprarne uno, magari di un modulo non troppo voluminoso, specie per i non esperti, accenderlo, provare ad assaporarlo, ricordando che il fumo del sigaro non andrebbe inalato a fondo fino nei polmoni.
Voglio anche augurarmi che leggendo questo mio modesto scritto non vi rivedrete sulla giusta, utile ed indiscutibile campagna svolta in tutto il mondo ed a tutti i livelli contro il fumo e i danni che esso provoca, tale campagna è più che giusta, tuttavia il mio personale parere è che fumare un sigaro è un fumare diverso, necessita di una cultura e di una passione vera, non è un semplice vizio. Tra le altre cose è provato che fumare un sigaro è assai meno nocivo che fumare sigarette.
Lo stesso fenotipo del fumatore di sigaro è diverso da quello del fumatore di sigarette, fumare un sigaro è un “rito” che richiede tempo, conoscenza e dedizione e che dà relax, mentre fumare una sigaretta è il più delle volte un atto compulsivo e talora nevrotico.
Ecco quindi cosa è un “puros” cubano: manufatto artigianale prodotto rigorosamente dalle mani dell’uomo. In realtà con il termine puros si dovrebbe intendere un sigaro in cui tutte le componenti che lo costituiscono. dalla ligada, alla sottofascia ed alla capa del rivestimento esterno, sono realizzate da foglie di tabacco tutte provenienti dalla stessa regione di coltivazione ovunque essa sia posta nel mondo. Oggi molti sigari, per contro, anche di prestigio ed ottima qualità, sono costruiti con foglie di tabacco provenienti da diverse regioni di coltivazione, spesso situate anche in nazioni distanti tra loro, questi non possono essere definiti “puros”.
Un altro importante fattore, secondo me essenziale, è che un sigaro deve essere fatto rigorosamente a mano in tutte le fasi della sua lavorazione, pertanto io non considero veri habanos, o quantomeno sigari di buon livello, tutti quelli fatti a macchina, sia totalmente che in parte (nel senso che per questi ultimi alcune fasi di lavorazione sono manuali, altre maccanizzate). Ciò avviene anche nelle aziende cubane, non pochi sono infatti oggi i moduli cubani fatti a macchina, adatti a un pubblico meno esigente e conoscitore, con costi peraltro assai minori e quindi sia pur non disprezzabili questi sigari a mio parere sono un’altra cosa.
Per tutto ciò io, arbitrariamente se volete, considero “puros” solo i sigari cubani fatti a mano, fiore all’occhiello della manifattura del tabacco, sempre a parere mio, di tutto il mondo.
Di conseguenza a chi spesso mi chiede perché io un po’ irrazionalmente consideri i sigari cubani migliori di ogni altro sigaro prodotto nel resto del mondo, io rispondo in modo molto semplice: il sigaro cubano è diverso, non sono in grado di dire se sia veramente il migliore, ma che sia unico ed inimitabile ne sono certo, anche nelle sue “imperfezioni”.
Sono anche assolutamente consapevole che altri sigari prodotti in altri Paesi, come ad esempio la Repubblica Dominicana, il Nicaragua o il Messico possono essere eccellenti, ma il “puros” cubano è un’altra cosa, è come la donna di cui si è innamorati, che ai nostri occhi è la migliore di tutte, è una questione di sentimenti, di passione vera che va oltre al razionale.
Che Guevara fumava il sigaro fino a scottarsi le dita e a chi gli chiedeva perché facesse sempre così e non se ne accendesse un altro nuovo rispondeva: non ne troverò più uno “hecho como esto”, dimostrazione paradossale se volete che un buon sigaro è sempre inimitabile, perciò è una questione di passione viscerale, una questione di amore e anche di irrazionalità.
Tra l’altro il fumo di tabacco ha avuto nei secoli legami più o meno evidenti con il “trascendentale” (veri o supposti che fossero). Dagli sciamani pellirosse che aspirando rapide boccate dai loro calumet raggiungevano la trance, ai sacerdoti Maya che nelle cerimonie, soffiavano in alto il fumo inalato, prima verso il sole, poi ai quattro punti cardinali. Inoltre il fumo ha anche altre valenze simboliche. Si muove, viaggia, sale verso il cielo. Ponte e veicolo verso l’ultraterreno? O più semplicemente verso un mondo di sogni? Victor Hugo disse: “Il tabacco è la pianta che converte i pensieri in sogni!”.
E nel fumo azzurrognolo che sale da un habanos c’è storia, cultura e civiltà, ma anche un po’ nascosto, ma non troppo il senso di un viaggio. Un viaggio meno pericoloso, ma altrettanto affascinante, di quello, che più di cinque secoli fa, il marinaio genovese Cristoforo Colombo aveva intrapreso verso le coste sognate e irraggiungibili delle Indie favolose.
Non volendo trascendere ed esagerare oltremodo alla realtà, una definizione che trovo molto soddisfacente per capire cosa rappresenta un “puros” è lo slogan pubblicitario coniato dalla Habanos S.A.: Unicos desde 1492 – Unici sino dal 1492. Ciò a rafforzare e confermare (magari anche per scopi commerciali, non vi è dubbio), che è proprio la sua “unicità” a rendere un sigaro cubano comunque non imitabile e la prova è fumarne uno.
Ben conscio e consapevole di potere essere giustamente criticato con argomentazioni validissime, razionali, e assolutamente supportabili da fatti incontrovertibili, come lo scadimento abbastanza diffuso di molte vitolas de salida cubane, le numerose imperfezioni nel tiraggio, che si rilevano sempre più spesso, i tempi di affinamento a umidità e temperatura costanti sempre più ridotti, nonchè alcune nuove iniziative commerciali (valga ad esempio l’introduzione negli ultimi anni delle Ediciones Limitadas, una iniziativa di marketing di grande impatto e successo, ma che presenta alcuni limiti, specie quello relativo al fatto che vengono pubblicizzate come vitolas con almeno due anni di invecchiamento, mentre in realtà nella maggioranza dei casi sono sigari “giovani”, con solo la capa esterna realmente invecchiata, tanto che è noto tra gli esperti che anche le Ediciones Limitadas richiedono di un congruo affinamento), io sono convinto che un “puros” cubano resti ancora la migliore espressione nel vasto mondo del tabacco.
Forse sarò un povero illuso, destinato a dovermi ricredere, al momento vittima di un infatuazione folle ed irrazionale, ma le sensazioni che mi hanno dato le centinaia di “puros” cubani che ho fumato non le ho provate fumando qualsiasi altro sigaro non cubano esistente al mondo.
16:30 Scritto da: robert-paulson in la pagina di Cuba | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: sigari cubani, habanos, puros | OKNOtizie |
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Enrico Berlinguer
"Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell'uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita."
Enrico Berlinguer (1922 – 1984)
12:00 Scritto da: robert-paulson in politica italiana | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: enrico berlinguer, citazioni | OKNOtizie |
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