Il Sigaro cubano, l’emblema di un popolo e della sua storia

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“A Cuba perché i grandi fumatori avevano da tempo scoperto le virtù del terriccio dell’isola, miracolo della sua geologia, dei suoi venti, delle sue acque, dei suoi umori segreti. Per tutti loro come per me il “puros” non poteva essere che cubano”. (Zino Davidoff 1906-1994).
Scrivere sul sigaro cubano, l’Habanos o  “puros” come viene definito dai produttori cubani stessi è impegno di non poco conto per molti motivi. Sarebbe mio intento far comprendere, sia a chi si accosta da neofita, sia a chi è un conoscitore del variegato mondo dei sigari, perché il “puros” cubano è unico ed inimitabile.

Desidero inoltre proporre una sorta di lettera aperta al lettore italiano perché solo da alcuni anni nel nostro Paese si trova nelle rivendite e tabaccherie specializzate una scelta sempre più vasta di marchi e tipi (vitolas de salida) di sigari cubani.

Il sigaro è uno di prodotti peculiari di una terra, l’isola di Cuba dalle caratteristiche uniche ed assai complesse.

La storia di quest’isola dei Caraibi, fin dal giorno della sua scoperta avvenuta da parte di Cristoforo Colombo nel 1442, esattamente il 29 ottobre, solamente dopo 17 giorni dalla scoperta dell’America stessa, rappresenta una delle vicende umane e sociali di un popolo e di una nazione che affascina e conquista come una favola antica.

I primi indigeni avvistati dagli Spagnoli usavano fumare lunghe foglie avvoltolate su se stesse, in pratica i “precursori” degli attuali sigari. Per cui la storia del sigaro e quella dell’isola di Cuba si fondono ed intrecciano in modo inscindibile fino dalla sua scoperta e scorrono lungo il corso dei secoli fino ad oggi.

Affrontare approfonditamente la complessità e le numerose controversie che hanno caratterizzato la vicenda storico-politica di Cuba, in uno scritto che vuole parlare di sigari, potrebbe sembrare fuori tema, tuttavia è gioco forza parlare delle vicissitudini di questo particolarissimo Paese, poiché come ho detto poc’anzi, esse condizionano e determinano in modo profondo e peculiare la nascita, la natura, la costruzione, la complessità e la “avventura” dell’Habanos stesso sia a Cuba. ma soprattutto nel mondo.

Cuba è terra ricca di risorse sia naturali che umane, è un’isola caraibica  dall’incomparabile bellezza, con un paesaggio unico ed assai multiforme, con un mare splendido, montagne e pianure, vegetazione lussureggiante, campagne e città dal fascino inimitabile.

Cuba fu per secoli una colonia spagnola, in pratica dal 1492 fino all’indipendenza che fu ottenuta dalla madre patria iberica solamente dopo la guerra tra Spagna e Stati Uniti nel 1898.

Ottenuta l’indipendenza seguì un lungo periodo di drammatica tensione politica e sociale, poiché Cuba passata sotto una sorta di neocolonialismo da parte del colosso statunitense, subì da parte degli USA una lunga egemonia politica ma soprattutto economica, che condizionò le storia più recente di Cuba molto pesantemente, tanto che non poche furono le crisi che la nazione cubana dovette sopportare nel secolo scorso.

Come conseguenza inevitabile dell’oppressiva politica americana e delle vicende che la accompagnarono sorse la Cuba rivoluzionaria, che lottò aspramente e vinse contro la dittatura corrotta e sanguinaria di Fulgencio Batista. Si venne così  a creare dal 1959 la Cuba della Rivoluzione del Movimento 26 Luglio, la Cuba del socialismo cosiddetto “caraibico” di Fidel Castro, Che Guevara, Camilo Cienfuegos… che pur tra alcune contraddizioni, spesso accentuate dai media occidentali, sopravvive anche oggi.

Ci si chiede allora cosa è realmente la nazione cubana nel nuovo millennio.

La Cuba dei nostri giorni è una realtà umana e sociale sospesa tra l’attaccamento agli ideali del socialismo, della patria, della fiera indipendenza, della solidarietà, dell’orgoglio, del sacrificio e la sottile ma decisa voglia di cambiamento, un cambiamento però indolore che mantenga in sé tutti principi della storia rivoluzionaria.

Facendo un passo indietro non va dimenticato che dal 1962 Cuba è sottoposta all’antidemocratico, ferreo e “anacronistico”, embargo perpetuato dall’arroganza nordamericana che ancora oggi non sopporta un vicino di casa considerato l’ultimo baluardo “comunista” del mondo occidentale.

L’embargo fu istituito dall’amministrazione Kennedy, poiché Cuba diventò una “testa di ponte” dell’ex Unione Sovietica (e del blocco del Patto di Varsavia), nelle sue mire espansionistiche nell’area centroamericana, assai strategica nell’ottica della guerra fredda.

Per decenni quindi Cuba a causa della sua “infelice” posizione geografica posta a sole novanta miglia dalle coste della Florida, fu un nodo vitale dal punto di vista geopolitico mondiale coinvolta spesso drammaticamente ed in modo molto diretto in tutte le travagliate vicissitudini degli anni bui della contrapposizione USA – URSS. In questa ottica ricevette, più per necessità che per convinzione, un notevole sostegno dallo scomodo ma necessario alleato sovietico, ma mai fu “sovietizzata”, come ci tengono a affermare e dimostrare tutti i cubani stessi. Cuba tollerò il giogo economico imposto dall’URSS  ma mai subì un processo di “assimilazione ideologica” simile a quello dei paesi europei dell’Est, riuscendo a mantenere sempre viva la sua “diversità”.

Improvvisamente nel 1990, dopo la caduta del muro di Berlino, ed il crollo del comunismo europeo Cuba fu abbandonata dall’Unione Sovietica e dai relativi e congrui aiuti economici.

Tutto ciò avvenne in modo drammatico e quasi istantaneo e con la cessazione di ogni forma di aiuto economico e tecnologico, l’isola cadde in una crisi globale dalle proporzioni devastanti, che ebbe come conseguenza il cosiddetto “periodo speciale”, che durò quasi dieci anni, in cui gli stenti subiti dalla popolazione cubana furono indescrivibili. Poi piano piano verso la seconda metà degli anni Novanta, le ristrettezze del periodo speciale si attenuarono, almeno in parte, e a ciò contribuì anche la visita di Giovanni Paolo II avvenuta nel 1998, che restituì gioco forza a Cuba una certa visibilità internazionale. Ed è accaduto così che con molta fatica e con  qualche compromesso Cuba oggi è riuscita almeno in parte e lentamente a risollevarsi.

Il merito maggiore di ciò sta nel popolo cubano, che vivendo in una terra come già detto ricca di risorse e bellissima, ha sopportato gli enormi sacrifici con fermezza sempre convinto di poter rialzare la testa. La gente cubana ha infatti insito nel suo genoma una allegria ed una voglia di vivere indistruttibili, fattori che hanno giocato un ruolo decisivo nella sopravvivenza della Nazione.

Cuba è una terra dai forti contrasti, ma da sempre il suo più grande patrimonio è la sua stessa gente, un popolo “giovane” nato dalla commistione di razze e tipologie umane diversissime, ma orgoglioso della propria “cubania”, un termine coniato dagli stessi isolani, che sintetizza in una sola parola il loro orgoglio di essere figli di quel lembo di terra baciato dal sole ed incastonato nello splendido mare dei Caraibi.

Gente cubana che ha sopportato sorridendo miseria ed isolamento causato dal tuttora vigente e ferreo embargo americano, aggravatosi nel “periodo speciale”, embargo voluto dall’ala oltranzista dell’ultradestra del Partito Repubblicano e sponsorizzato dai ricchi esuli cubani della lobby anticastrista di Miami con ostinazione, anche dopo la totale scomparsa della “minaccia” sovietica. Embargo addirittura inasprito duramente durante l’amministrazione apparentemente più “morbida” del democratico Bill Clinton da due misure inique e spietate la legge Torricelli (1992) e la legge Helms-Burton (1996), inutili e quanto mai crudeli, poiché inferte a un paese inoffensivo e sull’orlo del collasso. Oggi molte autorevoli voci di politici, di diplomatici, di eminenti personaggi  del mondo politico, sia in Europa che negli stessi USA si levano contro l’iniquo embargo e forse prima o poi gli Stati Uniti dovranno cedere e “liberare” Cuba dalla morsa  in cui l’hanno posta da più di quarant’anni, con la speranza e la fede che poi che non vogliano imporre il loro modello di “democrazia” liberista all’isola dei miracoli, sarebbe un disastro per quello che è e che rappresenta Cuba nel mondo.

E sull’isola dei miracoli, ovvero Cuba nacque l’habanos, il “puros”, un manufatto peculiare che da origine ad uno dei piaceri della vita: fumare il sigaro, provare per credere.

Sigaro cubano la cui “avventura” nei secoli si fonde ed intreccia con quella della terra in cui è nato in modo avvincente e inseparabile.

Dei primi anni dopo la scoperta di Cuba poco si conosce circa la fabbricazione e la forma degli antichi e rudimentali sigari fatti dagli indios nativi cubani, le tribù autoctone Tainos e Ciboneys, questi arrotolavano foglie di tabacco su sé stesse per poi accenderle a aspirarne il fumo. I primi esploratori spagnoli chiamarono quello strano prodotto “tizon”, il precursore del sigaro come lo intendiamo oggi. Poi, i primi coloni carpirono agli indigeni i segreti della coltivazione del tabacco e la cura delle sue foglie dopo il raccolto, e già attorno al 1510 erano in grado di inviare tabacco prodotto a Cuba alla madrepatria.

Con il tempo si scoprirono nelle molte altre colonie spagnole centroamericane diverse varietà di piante di tabacco, ma il migliore era già considerato quello che Colombo e i suoi uomini avevano visto fumare a Cuba e si comprese anche che il modo migliore per fumare quel tabacco era quello degli indios, ovvero arrotolato nelle sue stesse foglie, il “tizon” dei primi esploratori, che nel frattempo aveva cambiato nome ed era diventato cigarro, derivando il nome dal verbo spagnolo “cigarrar” che per l’appunto vuole dire arrotolare. Furono poi i marinai dei galeoni spagnoli che facendo la spola tra il Nuovo e il Vecchio Continente introdussero questa usanza in Europa. Di certo è anche noto che il tabacco fu introdotto in Europa agli inizi del sedicesimo secolo come erba medicinale.

Ma, come detto, fin da subito il suo uso più comune fu quello di fumarlo per combustione, sebbene all’inizio il fumo di tabacco fu limitato all’aristocrazia coloniale spagnola e come già accennato agli esploratori e ai marinai che avevano appreso l’arte del fumo dai nativi, però già alla fine del 1500 il fumo di tabacco si diffuse anche in Francia, Belgio, Olanda e Germania.

Diversi modi di fumare tabacco vennero sperimentati nei diversi paesi europei e certamente la pipa fu il primo, ma il “cigarro” era già considerato molto più soddisfacente.

La nascita precisa del sigaro, come lo intendiamo oggi, come si può immaginare è difficile da identificare precisamente, anche se nelle colonie spagnole e nella madrepatria iberica l’uso di tabacco in foglie arrotolate su se stesse fu in voga, appunto, fin dai tempi di Colombo.

Le prime manifatture ove si producevano sigari in serie pare furono istituite a Siviglia nel 1600 e da lì a poco comparvero i primi sigari “moderni”, la prima raffigurazione di un sigaro si può osservare a Siviglia stessa ed è datata 1676.

Per tutto il 1700 la Spagna ebbe il monopolio della preparazione di sigari, con il tabacco importato dalle colonie americane e specialmente da Cuba, e agli inizi del 1800 l’industria spagnola del sigaro impiegava migliaia di lavoratori e lavoratrici che producevano milioni di pezzi già chiamati “puros”, ancora oggi il nome popolare con cui gli spagnoli amano chiamare il sigaro cubano.

L’esplosione del mercato di questo prodotto indusse gli spagnoli a perfezionare il processo di coltivazione, raccolta, fermentazione e cura delle foglie di tabacco, così come crebbe lo studio e la prova delle varie “miscele” di diversi tipi di foglia e della foglia del rivestimento esterno, nonché la costruzione dei moduli (ovvero i formati) definite “vitolas” sempre più numerose e diversificate per calibro, forma e lunghezza, così da arrivare finalmente a un prodotto assai simile a quello odierno.

Nel corso del 1700 accadde anche un altro fatto assai importante, direi fondamentale nella storia del sigaro, si costruirono le prime manifatture direttamente nelle colonie ed in particolare a Cuba, ove il tabacco era già da tempo considerato il migliore e il più adatto proprio alla costruzione dei sigari. Sembra addirittura che la Reale Corte Spagnola avesse autorizzato già dalla seconda metà del 1600 dapprima la coltivazione del tabacco su vasta scala e poi la produzione dei sigari a Cuba. Questo perché fino a quel momento le foglie di tabacco venivano inviate dalle colonie alla madrepatria iberica e il fatto più negativo era che dovevano sopportare il lungo trasporto nella traversata dell’oceano Atlantico, che danneggiava gran parte del tabacco, si comprese così che invece il prodotto finito, il sigaro, sopportava e sopravviveva assai meglio delle foglie non lavorate alle traversate atlantiche. Di conseguenza gli spagnoli crearono le prime “fabricas” sul suolo cubano ed in particolare nella città dell’Avana la capitale (fig1).

Nacquero così in breve moltissime manifatture che lavoravano il tabacco delle piantagioni situate sulla stessa isola cubana, producendo in loco il prodotto finito che poteva così giungere ben conservato e in condizioni ottimali in Europa avendo fatto il “viaggio” quando era stato completamente confezionato a Cuba con vantaggi sia nella qualità che nel costo.

Così che in brevissimo tempo l’intera industria manifatturiera del tabacco fu trasferita dagli spagnoli completamente e definitivamente sul suolo cubano.

Il primo marchio cubano fu registrato all’Avana nel 1810 da Francisco Cabanas e da Bernardino Rencurrel, nativi dell’Avana stessa, che aprirono in città la loro manifattura con annesso negozio di vendita in Calle Jesus del Monte.

Iniziò così l’età dell’oro dell’Habanos (così nel frattempo si era cominciato a chiamare il “puros” cubano) poiché tutte le manifatture più prestigiose si concentrarono all’Habana la capitale. Tra il 1830 e il 1850 nacquero a Cuba i grandi marchi molti dei quali famosi e che sopravvivono anche oggi. Por Larranaga nel 1834, Ramon Allones nel 1837, Punch nel 1840, H. Upmann (fondato dal banchiere tedesco Hermann Upmann trasferitosi a Cuba e naturalizzato cubano) nel 1844, Partagas e La Corona nel 1845, El Rey del Mundo nel 1848, e via via in pochi anni Romeo y Julieta, Josè Gener, La Escepcion, Hoyo de Monterey, Belinda, Bolivar, Juan Lopez, Saint Louis Rey, e molti altri marchi minori di cui la gran parte oggi non esiste più.

Le “fabricas” dell’Habana del 1800 raggiunsero due grandi obiettivi: il primo creando e stabilendo le molte “brands” (marchi) delle diverse manifatture (perché una manifattura talora produceva più di un marchio), ridefinendo e stabilizzando inoltre le molte “vitolas de galera” ovvero i formati o moduli propri della lavorazione del tabacco cubano; il secondo raffinando le tecniche di produzione, migliorando in modo eccelso la qualità dei sigari cubani, rafforzando così l’esportazione dei sigari finiti e già affinati sull’isola in Europa e nel resto del mondo. Si ottenne pertanto una tale qualità che in pochi anni per la loro grande superiorità gli habanos conquistarono la gran parte del mercato internazionale del fumo di tabacco.

Così circa nel 1850 esistevano a Cuba già più di duecento manifatture registrate e pochi anni dopo fu registrato il primo marchio non di proprietà ispanico-cubana da parte di un olandese innamorato dell’isola Gustave Bock che fu probabilmente anche l’inventore della “anilla”, la fascetta che avvolge e contraddistingue la base del sigaro anche oggi e che è oggetto di attenzioni e collezionismo da parte di molti amatori. Colorate e artistiche, le fascette attorno al sigaro, da subito diventarono una specie di “firma” della marca di ciascun habanos. Le bande rappresentavano in modo veramente artistico, quasi come vere e proprie “miniature” raffiguranti simbologie tipiche di Cuba, città e paesaggi dell’isola, campagne e paesi, fiori e piante, ma anche re e monarchi, capi di stato, presidenti, artisti e poeti, opere d’arte….Quelle odierne invece sono molto più semplici, portano di solito il marchio della brands e per i “puros” cubani la scritta sempre presente “Habana” unica cosa non permessa a tutte le marche parallele.

Si cominciò contemporaneamente poi a curare anche la confezione dei sigari che da allora vengono posti in scatole di legno di cedro, ovviamente cubano, ciò per evitare che i sigari fino allora imballati in casse di legno comune, dopo essere stati raccolti in fasci da cento o più pezzi non si impregnassero di tutti gli “amabili aromi” tipici delle stive delle navi che ne danneggiavano le qualità organolettiche. Il sigaro è come una “spugna” assorbe ogni odore proveniente da qualsiasi sostanza gli venga posta vicino deteriorandosi. Le scatole di legno di cedro si fecero più piccole potendo contenere di solito 25 o 50 pezzi e si scoprirono tra l’altro le grandi qualità di conservazione dell’umidità, e le virtù antiparassitarie e anti-assorbimento dei vari odori del legno di cedro cubano. Inoltre parallelamente le scatole cominciarono a venire arricchite di fregi e disegni alcuni molto artistici e pittoreschi con paesaggi, ritratti, simboli che divennero emblemi dei diversi marchi e patrimonio dell’immagine della cultura del sigaro habanos.

Alla fine del 1800 la guerra ispano-americana che formalmente rese Cuba indipendente nel 1898, ma che in realtà la portò dalla condizione di colonia spagnola a protettorato statunitense, spostò il controllo del mercato dei sigari habanos dalle mani spagnole a quelle dei nordamericani. Parallelamente alla crescente influenza statunitense espressa sulla politica e sull’economia cubana, si stabilì anche il controllo degli americani su tutti i prodotti dell’isola ed in particolare sui sigari, che ne erano il fiore all’occhiello. Basti pensare che ancora oggi nonostante l’embargo vieti drasticamente l’importazione di sigari cubani in USA, le importazioni illegali a prezzi fuori da ogni limite sono costanti sul suolo degli USA, e ciò nonostante le numerose manifatture stabilite con capitale americano in altre isole dei Caraibi, in Messico, Nicaragua, Honduras, Costa Rica e altri paesi centroamericani. Manifatture modello ove si producono milioni di pezzi perlopiù destinati al mercato americano (ma non solo), ottimi nella fattura ma per quanto a qualità e personalità per dirla come suole dire un mio caro amico e maestro, di cui vi do solo le sue iniziali A.B., sono solo “aria calda” in confronto a un buon “puros” cubano fatto a mano.

Chiusa questa breve parentesi extra-storica, riprendo dagli anni immediatamente successivi alla Prima Guerra Mondiale, gli anni della recessione, in cui l’industria cubana del tabacco non subì eccessivamente la grande crisi economica degli anni ’30, ma si stabilizzò, molti marchi scomparvero, restando solo i migliori e la produzione si standardizzò sugli ottimi livelli raggiunti. Un fatto notevole in questo periodo fu invece la fondazione di una nuova fabbrica che diede origine a uno dei marchi destinati a diventare tra i più famosi al mondo, nel 1935 Alonzo Menendez e suo figlio Benjamin registrarono il marchio Montecristo che divenne uno dei simboli del sigaro cubano nel mondo.

In questo periodo tra i due conflitti mondiali però il fatto negativo più importante, che condizionò il mondo del sigaro, coincise con la ripresa seguita alla grande crisi economica: la nascita dell’industria della produzione delle sigarette. Il sigaro essendo un prodotto artigianale fu costretto a diventare un prodotto di “nicchia”, il popolo si rivolse alle ben più economiche e pratiche sigarette e il nostro amato habanos divenne un prodotto costoso di lusso, riservato a personaggi ricchi e famosi, tra cui nobili, aristocratici, grossi manager industriali, artisti o divi del cinema e del teatro.

Molti fumatori perciò per i costi elevati dovettero convertirsi alle banali sigarette divenute un prodotto industriale a basso prezzo e facilmente accessibile.

In questo periodo “critico” però venne alla ribalta della scena delle manifatture di habanos un altro personaggio molto particolare e in breve divenuto molto famoso, anche per la sua ricca anedottica,  Josè Rodriguez Fernandez detto “Pepin”. Nato in Spagna nel 1866 e immigrato a Cuba da bambino, egli rilevò e ridiede grande fasto alla celebre “fabrica” Romeo y Julieta diffondendone il marchio e i prodotti in tutto il mondo. Pepin arrivò al punto che nella sua megalomania, divenuto ricchissimo, cercò di comprare dal Governo Italiano il famoso “balcone di Giulietta” e il celebre cortile annesso, situati nel Palazzo dei Capuleti nella centralissima Via Cappello a Verona (n.d.a. la mia città). Tale balcone con i due celebri amanti era ed è tuttora il simbolo della Romeo y Julieta, da sempre riportato sulle scatole di questo marchio, e poiché per Pepin era inoltre anche il simbolo portafortuna della grande espansione della sua manifattura, egli voleva costruire una grossa rivendita di habanos proprio in quel sito simbolico, luogo mitico della città di Verona, celebrato dagli innamorati di tutto il mondo dopo essere stato reso famoso da William Shakespeare nella sua celebre tragedia. Di sicuro fu che il Governo Italiano e il Podestà di Verona (era il 1929, in pieno Ventennio Fascista) negarono fermamente ogni trattativa di acquisto al nostro Pepin nonostante le sue generosissime offerte.

La Seconda Guerra Mondiale e gli anni immediatamente successivi ebbero invece sul sigaro un insperato effetto benefico e il “puros” ritornò in voga alla grande. Il motivo per cui il secondo devastante conflitto mondiale riportò in auge il sigaro cubano non è mai stato molto chiaro, i fattori a mio avviso furono molteplici. Di certo è che molto merito ebbe l’immagine vincente di Sir Winston Churchill, l’emblema della perseveranza nella lotta al Nazi-Fascismo. Il celebre Primo Ministro britannico fu visto assai raramente in pubblico senza un grosso sigaro serrato tra le labbra e le prime due dita della mano poste a V in segno di vittoria, così il sigaro, per tutte le forze alleate, divenne un simbolo della lotta alla dittatura e un inno alla libertà e alla democrazia.

Alla fine del conflitto il crescente benessere economico e la maggiore disponibilità al commercio e al traffico internazionale delle merci grazie alla velocità dei trasporti divenuti aerei, il mercato del sigaro riprese vigore e il “puros” cubano divenne un prodotto più accessibile, meno esclusivo e di grande immagine, aiutato in questo anche dal grande cinema.

Fu così che venne il grande secondo periodo d’oro dell’habanos caratterizzato da personaggi di alto livello, grandi costruttori e mercanti che stabilirono nelle grandi città del mondo rinomate e fastose rivendite di sigari provenienti da Cuba.

Alfred Dunhill e i suoi figli, Zino Davidoff,  Ramon Cifuentes,  Gerard Père, Don Alejandro Robaina l’unico coltivatore di tabacco e produttore di sigari cubani vivente (è nato il 20 marzo 1919) a cui è stato dedicato il nome di un marchio, introdotto sul mercato nel 1997 da Habanos S.A. in suo onore; furono i principali fautori di questa grande rinascita e della conseguente ridiffusione del “puros” a livello internazionale (fig.2).

Due parole vanno spese per Ramon Cifuentes cubano (1908-2000). La sua fama è legata alla “rifondazione” della “fabrica” e del marchio Partagas a Cuba. La Partagas Factory era nata già nel 1845 fondata da Jaime Partagas un immigrato catalano, rilevata nel 1900 dalla famiglia Cifuentes ovvero dal padre di Ramon, divenne negli anni successivi, quando il giovane Ramon ne assunse la direzione uno dei marchi più famosi di Cuba con alcune vitolas de salida celeberrime (Lusitania, Series D4, 8-9-8 Varnished, Churchill, Short tanto per citarne alcune) (fig.3). Il giovane Ramon apprese giovanissimo l’arte del sigaro e fu uno dei principali artefici nel ridare visibilità agli habanos e in particolare alla Partagas cubana nel dopoguerra, fama e prestigio che Partagas mantiene inalterati anche oggi. Purtroppo i suoi attriti con il governo cubano per le sue idee contrarie a quelle della dirigenza rivoluzionaria, nonostante che Fidel Castro in persona gli avesse offerto la massima direzione del neonato ente statale cubano del tabacco, la Cubatabaco, Ramon Cifuentes rifiutò e lasciò con grande dolore Cuba nel 1961. Scelse così l’esilio volontario e ricreò um marchio Partagas parallelo, prima in Jamaica e poi in Repubblica Dominicana, proseguendo la sua opera, mai però la Partagas “parallela”, con i suoi nuovi prodotti raggiunse il fasto e il pregio dei Partagas habanos e della mitica manifattura Francisco Perez German più nota come Partagas Factory sita all’Avana nel cuore dell’Habana Vieja.

Senza nessun accenno polemico, in questa vicenda ci rimisero sia Ramon Cifuentes che l’industria cubana del tabacco che perse uno dei suoi massimi esperti di “puros”. Ramon si spense nel 2000 con Cuba nel cuore e il rammarico di non esservi più tornato.

Ben diversa fu la vicenda del grande Zino Davidoff, nato in Russia nel 1906 e a tutt’oggi considerato a tutti gli effetti il più grande realizzatore e conoscitore di habanos di tutti i tempi e che purtroppo è scomparso nel 1994.

La sua vicenda personale e lavorativa su intreccia con la storia del sigaro cubano e della Rivoluzione di Castro del 1959 in modo indelebile. In quell’anno, infatti, la vittoriosa campagna rivoluzionaria portò al potere a Cuba il nuovo Governo Rivoluzionario. Sull’onda di un’entusiasmo straripante i giovani capi rivoluzionari, in pratica monopolizzarono tutte le esportazioni dei pregiati prodotti dell’isola, tra cui ovviamente il tabacco, per cui decisero drasticamente di statalizzare e “cubanizzare” tutta l’economia isolana. Fu così che una delle prime misure del governo rivoluzionario castrista fu la completa nazionalizzazione di tutte le piantagioni di Cuba, dalla canna da zucchero, al caffè, al cacao, al tabacco. Non solo il nuovo governo nazionolizzò tutte le “fabricas” e i grandi marchi che avevano reso famosa Cuba nel mondo dei sigari, ma arrivò un pò stoltamente al punto di eliminare i vecchi e gloriosi marchi, per creare un nuovo ed unico marchio denominato Siboney, riducendo altre a tutto la produzione delle numerose vitolas de galera a soli quattro formati, per giunta di pessima fattura e qualità.

Fu un grave errore.  Per dare vigore alla spinta rivoluzionaria, i giovani nuovi capi di Cuba non avevano capito che i marchi e le vitolas dei “puros” erano un patrimonio cubano e quindi appartenente alla loro nazione, lo considerarono a torto emblema degli yankees che avevano buttato fuori dalla loro terra.

Il disastro che seguì queste decisioni fu immane per il sigaro cubano, che come detto, aveva insito in sé la storia di secoli di propria tradizione legata solo alla terra cubana e molto meno alle sue vicende politiche internazionali e degli stranieri avvicendatisi sul suolo cubano. Successivamente lo stesso Governo se ne rese conto, ed essendo Fidel Castro stesso un grande fumatore, sperimentò sulla sua pelle la pessima qualità dei nuovi sigari cubani, assistendo tra le altre cose al crollo del mercato internazionale degli stessi a minimi storici mai conosciuti dal 1600. Oltre a tutto vibranti proteste si levarono da tutto il mondo da parte degli “aficionados” che, vedendosi privati del loro prodotto preferito, si indignarono contro la distruzione di una tradizione secolare e intimamente cubana.

Così Fidel Castro fece marcia indietro e fu proprio Zino Davidoff l’uomo che indusse Fidel a rivedere le sue decisioni. Dopo una discussione con Davidoff, Fidel Castro, che riconosceva nel vecchio Zino la statura del più grande cigar-man vivente al mondo, si convinse che era assai opportuno eliminare il marchio unico e le sue quattro pessime vitolas e reintrodurre i grandi marchi del passato, con tutte le rispettive centinaia di vitolas de galera e de salida. Fu così che a partire dal 1965 il mercato dei “puros” cubani riprese vigore e gradatamente il sigaro dell’isola riguadagnò dapprima la sua eccezionale qualità e poi si ricostruì la sua reputazione nel mondo. Fu così che negli anni seguenti il sigaro cubano tornò ai vecchi fasti. E del resto non furono proprio i rivoluzionari del Movimento 26 Luglio, i barbudos di Fidel, Che e Camilo che avevano diffuso nel mondo l’immagine di giovani sani, puri e generosi, nell’uniforme verde oliva, fucile mitragliatore in mano e sigaro sempre in bocca? Il sigaro è stato simbolo della Rivoluzione stessa e in tutte le raffigurazioni Fidel e il Che e Camino Cienfuegos sono ritratti con i loro habanos stretti in bocca, sbattuti in faccia al mondo con un gesto di sfida.

E fu ancora Davidoff che contribuì nel 1967, unico non cubano a cui era ancora permesso di avere un marchio con il suo nome nella Cuba socialista, ove tutto era stato statalizzato, a ideare, costruire e rendere operativa la nuova “fabrica” modello di El Laiguito, da cui oggi provengono i pregiatissimi sigari dei marchi Cohiba e Trinidad. Poi nel 1989 Davidoff, per contrasti di scelta di mercato con la Cubatabaco, l’ente di stato che controllava il  monopolio degli habanos, per questioni di politica di ordine commerciale, osteggiate dalla “arrugginita” dirigenza dell’ente, ma non da Fidel Castro, abbandonò Cuba, e sebbene saggiamente il buon Zino avesse già stabilito, dopo la Rivoluzione, il suo quartiere generale a Ginevra in Svizzera, e trasferito i suoi averi, abbandonò suo malgrado l’isola trasferendosi nella Repubblica Dominicana ove cercò di ricreare, non riuscendoci, i fasti che portò con il suo nome in quella terra. Ma i Davidoff “puros” di Cuba, per chi ha avuto la fortuna di conoscerli, rimarranno per sempre una cosa da consegnare alla leggenda.

Del mitico Zino Davidoff scomparso nel 1994 mi piace ricordare una frase da lui pronunciata pochi mesi prima di morire: “Il sigaro è stato la mia vita. Gli devo tutto: le mie estasi e le mie angosce, le gioie del lavoro come quelle del tempo libero, il sigaro insegna la benevolenza e apporta al fumatore una distensione più profonda e un giudizio più sereno.”

E così dopo questa fase controversa, Cuba ridiede vigore alla sua industria del tabacco, in questo aiutata anche dalle grandi compagnie europee che si adoperarono per riportare nel mondo gli habanos, con un buon numero di marchi e vitolas e, sia pur con qualche difetto legato alle necessità del guadagno, molto si deve a Tabacalera (spagnola) e  Seita (francese) recentemente unitesi in Altadis S.A. favorite dalla fervida collaborazione con la Habanos S.A., la nuova società di monopolio cubana, che con una nuova struttura dirigenziale dinamica e di avanguardia ha sostituito la obsoleta Cubatabaco, ridando grande visibilità e lustro al “puros” in tutto il mondo. Con l’avvento di Habanos S.A. e dei suoi due dinamici co-presidenti Oscar Basulto e Jaime Garcia Andrade che stanno dando alla compagnia uno stile nuovo e sconosciuto alla lenta burocrazia tipica degli organismi statali nei paesi a struttura socialista, l’habanos sta decollando sempre di più.. Dal 1992 cominciarono anche le prime joint-venture  dapprima con le grandi compagnie europee Seita e Tabacalera, i giganti francesi e spagnolo, che come già detto nell’ottobre 1999 si fusero nella mastodontica Altadis. Questa è oggi quotata in borsa a Parigi e Madrid e controlla con Habanos S.A. più del 30% del mercato europeo, con 3360 milioni di “habanos” venduti già nel 1999, con un incremento notevolissimo negli anni successivi. Oggi Altadis è considerata la più grande compagnia di distribuzione di habanos nel mondo, con Habanos S.A. che detiene sempre il 50% della società, dettandone strategie di produzione e di marketing nel network di distribuzione di tutti i sigari cubani nel mondo. Non da ultima e con grande gioia per gli appassionati del nostro paese è nata la joint-venture con la italiana Diadema S.P.A. che ha portato in Italia moltissime vitolas de salida cubane, su questa compagnia italiana preferisco stendere un pietoso velo perché meramente opportunista e gestita pesantemente a scopo di lucro specie  nei confronti e a scapito del fumatore italiano perché il nostro mercato monopolizzato da Diadema riceve prodotti meno pregiati di quello spagnolo, francese e britannico, e quindi meno costosi all’origine con margini di guadagno dilatati a favore dell’importatore.

A parte la solita “vicenda all’italiana” l’ente cubano Habanos S.A. ha contribuito a dare una visibilità ancora più grande ai puros costituendo una catena internazionale di cigars-shops: “La casa del Habano”, presente con punti vendita in tutto il mondo, dove il prodotto venduto è spessissimo di alta qualità.

Sta nascendo una nuova età dell’oro? Non lo so, forse le politiche commerciali costringeranno Habanos S.A. e i suoi partners a rivedere il vitolario classico degli habanos immettendo sul mercato formati oggi più di moda ed eliminando sigari storici ma poco richiesti, forse il prodotto cubano perderà un pò di qualità perché si dovranno costruire un enorme numero di pezzi, magari con un pò meno tempo e attenzione, sull’onda della richiesta crescente in modo esplosivo. Certo è che oggi, nel 2006, in ogni angolo del mondo è possibile trovare, comprare e fumare un buon habanos.

Forse se non sarà più possibile assaporare alcuni mitici “puros” degli anni passati, di certo è che oggi l’habanos , non è più una rarità riservata a pochi eletti ma è vivo più che mai ed è sempre il miglior sigaro del mondo.

Ma che cosa è realmente un puros habanos?

A scopo di precisazione per “puros” cubano viene definito quel sigaro il cui tabacco nasce, cresce e viene coltivato a Cuba. Tabacco che viene raccolto, fermentato ed invecchiato sempre a Cuba e da cui viene costrutito un sigaro, di cui tutte le sue fasi complesse di lavorazione, dalla semina del tabacco fino alla sua confezione in scatole di cedro cubano ed al suo storaggio avvengono sempre a Cuba.

Tecnicamente invece un puros è un sigaro in cui le foglie di tabacco sono arrotolate in tutta la loro lunghezza (long filler), mentre la loro quantità ne determina il calibro (cepo). Il tabacco di tutte le componenti proviene esclusivamente da Cuba e per i marchi più rinomati dalla regione di Vuelta Abajo dove è più pregiato sia per la natura del terreno, sia per il clima che è nel contempo stesso umido e ventilato, e addirittura anche per la particolare flora batterica, che è peculiare e caratteristica solo di quella regione. Tale flora batterica determina la fermentazione delle foglie di tabacco in modo peculiare e unico dopo che esse sono state raccolte.

Le forme degli habanos sono di base due: cilindrica uniforme dalla testa al piede (parejos) o rastremata ovvero più corposa al centro con una o entrambe le estremità assottigliate (figurados).

La foglia del rivestimento esterno della capa è la più pregiata e ne determina il colore, la regolarità e in parte anche il sapore, mentre la parte interna o ligada ne detta le caratteristiche globali. Questa ovviamente è una descrizione sommaria e assai semplificata di cosa è un habanos, d’altro canto questo mio scritto non vuole essere un trattato tecnico perciò mi limito a queste poche specificazioni.

La cosa migliore da fare è andare a comprarne uno, magari di un modulo non troppo voluminoso, specie per i non esperti, accenderlo, provare ad assaporarlo, ricordando che il fumo del sigaro non andrebbe inalato a fondo fino nei polmoni.

Voglio anche augurarmi che leggendo questo mio modesto scritto non vi rivedrete sulla giusta, utile ed indiscutibile campagna svolta in tutto il mondo ed a tutti i livelli contro il fumo e i danni che esso provoca, tale campagna è più che giusta, tuttavia il mio personale parere è che fumare un sigaro è un fumare diverso, necessita di una cultura e di una passione vera, non è un semplice vizio. Tra le altre cose è provato che fumare un sigaro è assai meno nocivo che fumare sigarette.

Lo stesso fenotipo del fumatore di sigaro è diverso da quello del fumatore di sigarette, fumare un sigaro è un “rito” che richiede tempo, conoscenza e dedizione e che dà relax, mentre fumare una sigaretta è il più delle volte un atto compulsivo e talora nevrotico.

Ecco quindi cosa è un “puros” cubano: manufatto artigianale prodotto rigorosamente  dalle mani dell’uomo. In realtà con il termine puros si dovrebbe intendere un sigaro in cui tutte le componenti che lo costituiscono. dalla ligada, alla sottofascia ed alla capa del rivestimento esterno, sono realizzate da foglie di tabacco tutte provenienti dalla stessa regione di coltivazione ovunque essa sia posta nel mondo. Oggi molti sigari, per contro, anche di prestigio ed ottima qualità, sono costruiti con foglie di tabacco provenienti da diverse regioni di coltivazione, spesso situate anche in nazioni distanti tra loro, questi non possono essere definiti “puros”.

Un altro importante fattore, secondo me essenziale, è che un sigaro deve essere fatto rigorosamente a mano in tutte le fasi della sua lavorazione, pertanto io non considero veri habanos, o quantomeno sigari di buon livello, tutti quelli fatti a macchina, sia totalmente che in parte (nel senso che per questi ultimi alcune fasi di lavorazione sono manuali, altre maccanizzate). Ciò avviene anche nelle aziende cubane, non pochi sono infatti oggi i moduli cubani fatti a macchina, adatti a un pubblico meno esigente e conoscitore, con costi peraltro assai minori e quindi sia pur non disprezzabili questi sigari a mio parere sono un’altra cosa.

Per tutto ciò io, arbitrariamente se volete, considero “puros” solo i sigari cubani fatti a mano, fiore all’occhiello della manifattura del tabacco, sempre a parere mio, di tutto il mondo.

Di conseguenza a chi spesso mi chiede perché io un po’ irrazionalmente consideri i sigari cubani migliori di ogni altro sigaro prodotto nel resto del mondo, io rispondo in modo molto semplice: il sigaro cubano è diverso, non sono in grado di dire se sia veramente il migliore, ma che sia unico ed inimitabile ne sono certo, anche nelle sue “imperfezioni”.

Sono anche assolutamente consapevole che altri sigari prodotti in altri Paesi, come ad esempio la Repubblica Dominicana, il Nicaragua o il Messico possono essere eccellenti, ma il “puros” cubano è un’altra cosa, è come la donna di cui si è innamorati, che ai nostri occhi è la migliore di tutte, è una questione di sentimenti, di passione vera che va oltre al razionale.

Che Guevara fumava il sigaro fino a scottarsi le dita e a chi gli chiedeva perché facesse sempre così e non se ne accendesse un altro nuovo rispondeva: non ne troverò più uno “hecho como esto”, dimostrazione paradossale se volete che un buon sigaro è sempre inimitabile, perciò è una questione di passione viscerale, una questione di amore e anche di irrazionalità.

Tra l’altro il fumo di tabacco ha avuto nei secoli legami più o meno evidenti con il “trascendentale” (veri o supposti che fossero). Dagli sciamani pellirosse che aspirando rapide boccate dai loro calumet raggiungevano la trance, ai sacerdoti Maya che nelle cerimonie, soffiavano in alto il fumo inalato, prima verso il sole, poi ai quattro punti cardinali. Inoltre il fumo ha anche altre valenze simboliche. Si muove, viaggia, sale verso il cielo. Ponte e veicolo verso l’ultraterreno? O più semplicemente verso un mondo di sogni? Victor Hugo disse: “Il tabacco è la pianta che converte i pensieri in sogni!”.

E nel fumo azzurrognolo che sale da un habanos c’è storia, cultura e civiltà, ma anche un po’ nascosto, ma non troppo il senso di un viaggio. Un viaggio meno pericoloso, ma altrettanto affascinante, di quello, che più di cinque secoli fa, il marinaio genovese Cristoforo Colombo aveva intrapreso verso le coste sognate e irraggiungibili delle Indie favolose.

Non volendo trascendere ed esagerare oltremodo alla realtà, una definizione che trovo molto soddisfacente per capire cosa rappresenta un “puros” è lo slogan pubblicitario coniato dalla Habanos S.A.: Unicos desde 1492 – Unici sino dal 1492. Ciò a rafforzare e confermare (magari anche per scopi commerciali, non vi è dubbio), che è proprio la sua “unicità”  a rendere un sigaro cubano comunque non imitabile e la prova è fumarne uno.

Ben conscio e consapevole di potere essere giustamente criticato con argomentazioni validissime, razionali, e assolutamente supportabili da fatti incontrovertibili, come lo scadimento abbastanza diffuso di molte vitolas de salida cubane, le numerose imperfezioni nel tiraggio, che si rilevano sempre più spesso, i tempi di affinamento a umidità e temperatura costanti sempre più ridotti, nonchè alcune nuove iniziative commerciali (valga ad esempio l’introduzione negli ultimi anni delle Ediciones Limitadas, una iniziativa di marketing di grande impatto e successo, ma che presenta alcuni limiti, specie quello relativo al fatto che vengono pubblicizzate come vitolas con almeno due anni di invecchiamento, mentre in realtà nella maggioranza dei casi sono sigari “giovani”, con solo la capa esterna realmente invecchiata, tanto che è noto tra gli esperti che anche le Ediciones Limitadas richiedono di un congruo affinamento), io sono convinto che un “puros” cubano resti ancora la migliore espressione nel vasto mondo del tabacco.

Forse sarò un povero illuso, destinato a dovermi ricredere, al momento vittima di un infatuazione folle ed irrazionale, ma le sensazioni che mi hanno dato le centinaia di “puros” cubani che ho fumato non le ho provate fumando qualsiasi altro sigaro non cubano esistente al mondo.  

Il Sigaro cubano, l’emblema di un popolo e della sua storiaultima modifica: 2007-07-03T16:30:00+00:00da admin
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